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Andare o restare?
Il vero viaggio è crescere insieme
di Maria Chiara Rossi

“Vedere il mondo, attraversare i pericoli, guardare oltre i muri, avvicinarsi, trovarsi l’un l’altro e sentirsi. Questo è lo scopo della vita”. Recita così il motto di ‘Life’, la famosa rivista che riveste un ruolo centrale nel film ‘I sogni segreti di Walter Mitty’. Protagonista è un uomo che fa viaggi, sì, ma mentali. Finchè in gioco c’è la sua carriera, il suo lavoro e l’ultima copertina che verrà stampata dalla rivista per cui lavora. E allora il viaggio in capo al mondo lo fa davvero. Per cercare quella maledetta diapositiva che contiene la “quintessenza”: lo scatto più prezioso del fotografo più ambito. Una ricerca che pare infinita.

Campiscuola invernali
È tempo di viaggi anche nei nostri oratori. Viaggi preparati a puntino, progettati da tempo: gli alloggi vanno scelti con cura mesi prima, il percorso e il tema si costruisce un mattone per volta, il programma deve essere allettante. Ma poi l’incognita è sempre una, una sola: verranno? Gli adolescenti, i protagonisti risponderanno sì alla proposta? È quel “Sì, ci sono, ci siamo” che dà senso al viaggio, è quella fiducia reciproca che si alimenta ma poi va data, con una buona dose di rischio e un pizzico di voglia di andare contro corrente.
C’è fermento sui social in queste settimane: la pagina Instagram di Oratoribg raccoglie e colleziona nelle stories le tante avventure dei campiscuola in corso. È bello accorgersi quando i social media sortiscono l’effetto desiderato: far circolare esperienze per riconoscere che c’è una buona notizia da raccontare, anche solo con qualche scatto, con qualche battuta. Questo è quello che affiora: sotto c’è vita, c’è relazione. C’è tempo speso per crescere insieme, c’è anche sforzo e fatica per dare ai più giovani il meglio, in un concentrato, in un pugno di giorni che valgano come ricarica per l’anno nuovo. Tre verbi per esprimere questo movimento chiamato camposcuola.

Andare
Andare cioè uscire, andare cioè partire. Fuori dagli oratori, fuori dai luoghi conosciuti, fuori dai confini. Fuori dal solito, dall’abitudine e dal già visto. Anche solo un passo più in là. Sono tante e diverse le scelte delle mete da raggiungere. Tutte buone, come dicono i nonni quando ci vedono uscire di casa: “Sei sempre in giro, basta andare”. Spulciando in lungo e in largo, si capisce come piace la montagna e piace anche la città. Gli oratori che scelgono una meta montana ad hoc per il tempo invernale, e Lizzola è nella top ten, hanno un preciso progetto: al centro, più di ogni cosa, sta il gruppo. Il luogo conta e la stagione lo consiglia, ma in gioco c’è il volto non comune che vogliamo si delinei in modo sempre più marcato e profondo, una definizione dell’identità dei ragazzi che abbiamo a cuore. Vivere. Con gli altri. Giocarsi nella relazione. Esporsi, uscire verso quel tu che rende me stesso vero. Andare in una città è un’occasione d’oro. È accorgersi che l’oratorio è anche quello stile di approccio al mondo che abbiamo tra le mani. Da scoprire, da capire e da amare. Allora recarsi a Innsbruck, a Budapest, a Firenze, Bologna, Napoli e a Roma, mai conosciuta abbastanza, ha un senso forte. Si va in gruppo, si va guidati, si va per stare insieme di fronte a qualcosa di più grande che ci precede e che è altro da noi. Sulle orme della storia, della vita civile, dei capolavori dell’arte e della tradizione. Si visita per essere visitati e tornare con un bagaglio più ricco: lustrarsi gli occhi serve per allenare lo sguardo quotidiano.

Restare
C’è anche chi resta. Cioè? Non si parte, non si va in nessun posto. Si sceglie di abitare l’oratorio. Di recuperare l’affetto per un luogo che spesso è visto come utile per determinati incontri, ma a dire il vero resta vuoto per tanto tempo. La vita comune recupera la dimensione di una casa che merita la nostra presenza perché racchiude un tesoro. Una casa che non è un albergo, appunto, perché si deve cucinare, pulire, lavorare insieme. Una casa dove gli incontri, i dialoghi prendono valore se ci siamo davvero, magari un po’ più disconnessi del solito per ragionare in una logica “face to face”.
Tornare Terzo verbo, terza dimensione. Quella che rende tutto più vero. Quella che ci riporta alla realtà. Di qualsiasi esperienza si tratti, finisce. È limitata. È extraordinaria e perciò, prima o poi, si deve tornare. Tornare alla vita di tutti i giorni, tornare ciascuno alle proprie case, alle famiglie, a scuola. Tornare a quel mix giornaliero che non sempre ci piace ma che è anche un po’ il nostro terreno di gioco. Dove sappiamo in cosa siamo forti e in cosa, invece, siamo davvero scarsi. Come si torna? Con una marcia in più. Non c’è dubbio. E la quintessenza? Cos’era? La foto migliore, qual è? Walter Mitty trova se stesso in quella foto che l’ha fatto alzare dalla sua comoda poltrona e fare un viaggio straordinario. Partiamo per trovare un po’ di più noi stessi, al ritorno.
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