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Gazzada
Quale prete dentro il cambiamento?
di Maria Chiara Rossi

Gazzada vuol dire formazione
. Formazione di ben quarantotto sacerdoti che hanno partecipato alla “Settimana di formazione per il clero della Diocesi di Bergamo” con l’intento di ragionare sulla figura del prete oggi, nella società contemporanea, complessa plurale e multiforme e anche immerso nei cambiamenti in atto nella Chiesa bergamasca.

Il primo giorno di formazione, lunedì 19 novembre, ha visto un ospite di eccezione: Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, che ha messo a tema il vissuto contemporaneo. Le parole chiave che ha lasciato iniziano tutte per “i” e descrivono bene la situazione di oggi: “i” come isolamento; “i” come insterilimento; “i” come incattivimento; “i” come impoverimento. Si assiste, e pure il prete non ne è esente, a una generale relativizzazione delle relazioni. Di fronte a questo panorama sono sorte tra i presenti delle domande, come reazione agli stimoli: come creare spazi di nuove mentalità? Come evitare di diventare complici di questi meccanismi? Come superare la logica del sospetto? Tarquinio punta in alto e propone delle piste: la capacità di cambiare e rinnovare come missione, l’accorgersi che i cristiani sono i costruttori di alleanze e sono coloro che sanno fare la pace, agire la pace. Il secondo giorno, il focus è stato posto sul prete come “credente alle prese con la vita che chiede un discernimento evangelico”. Sporcarsi le mani significa mettersi al lavoro nelle terre esistenziali, su quei “campi di battaglia” in cui si gioca la vita. In un modo efficace e stimolante. Sono stati offerti ai partecipanti dei casi rappresentativi per ognuna delle terre esistenziali che interpellano la figura del prete, a stretto contatto coi laici coinvolti. Il vissuto esperienziale delle varie parrocchie è emerso quasi naturalmente a partire dalle storie proposte. Con l’opportunità di dare spazio a ciò che passa in sordina se non ci si ferma a riflettere. Cinque le “terre esistenziali”: fragilità, cittadinanza, affettività, lavoro e festa, tradizione.

Chi è in definitiva il prete? È “pastore e guida di una comunità sognata, amata e tormentata”. A dirlo è stato uno del mestiere, il terzo giorno del corso: Don Antonio Torresin, parroco di San Vito al Giambellino. Uno che ha grande esperienza in ambito formativo nella Diocesi di Milano e che ha scritto diversi libri proprio sulla vita del prete. Uno che ha saputo coinvolgere in modo deciso la platea. In uno stato di stanchezza e agitazione, in cui si continua a dare uno sguardo nostalgico al passato che ruolo può avere la Chiesa? Il ruolo umile e dimesso della Locanda del Buon Samaritano, dell’“ospedale da campo”. In questa Città la Chiesa può essere un presidio dove si può sostare, si può riflettere, si può riposare. Per riprendere vigore. Così emerge che il Vangelo non può essere annunciato solo dal pulpito, ma va detto da persona a persona (EG 127-128), deve incrociare la vita degli uomini. Si può fare: si chiama “predicazione informale” e ogni cristiano ne è capace, con la vita che conduce, con i modi e le forze che ha.

È con il vescovo Francesco che si è conclusa la settimana: “Il prete nella Chiesa di Bergamo in riforma”. Tre parole, come semi e come spunti, hanno segnato il suo intervento. La novità: un cristiano come persona si deve sentire inserito in una dinamica inesauribile di novità. L’ispirazione: il presbitero può essere capace di ispirare le persone con cui è a contatto, alimentando dinamiche relazionali. E poi la fraternità, che va testimoniata, lavorando insieme, pregando insieme, pensando insieme e mangiando insieme. “La nostra forza non sono i numeri ma i volti”.

Tanti gli spunti, tante le occasioni di dialogo e di riflessione. Emerge come fondamentale, da questa settimana formativa, la dimensione dell’ascolto reciproco. Perché quello che si è fatto a Gazzada potrebbe essere esportato, potrebbe diventare quotidianità, potrebbe essere un metodo efficace di dialogo, di riflessione e di ricerca per i preti della nostra Diocesi.
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