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Gli esiti del Sinodo
Primato all’ascolto
di Maria Chiara Rossi

Cos’è stato il Sinodo? E soprattutto, cosa dice a noi oggi? Come si rilegge nel contesto della Chiesa di Bergamo l’esperienza sinodale che ha messo a tema i giovani del mondo? Per gli incaricati di pastorale giovanile della nostra Diocesi c’è stata un’occasione preziosa: una mattinata di restituzione del Sinodo, il 28 novembre, ad opera di Don Michele Falabretti, incaricato nazionale per la Pastorale Giovanile. Lui al Sinodo c’era, in qualità di esperto conoscitore del panorama giovanile nazionale. L’articolo odierno intende portare alla luce gli spunti più significativi e efficaci dell’intervento, in grado di illuminare la nostra quotidianità oratoriana. 

Un senso di respiro
«Questa è la sensazione che provavo al termine del Sinodo. Non con le ricette in tasca, piuttosto con le linee guida, che ci dicano almeno gli ingredienti essenziali. La sensazione di pesantezza e di fatica attraversa il clero italiano, insieme a quella di impotenza. Lasciare che le fatiche ci governino è come non credere fino in fondo, è come lasciare che qualcosa mini alla base la forza del Vangelo».

La comunità adulta
«Percepiamo che c’è fatica nell’incontrare i giovani e nel trasmettere loro il Vangelo. Andando a fondo, si scopre che è difficile incontrare la comunità adulta nel suo insieme. I giovani possono essere intesi come il reagente, l’elemento che fa cambiare colore alla soluzione chimica che è il mondo di oggi».

Un’esperienza simile al Concilio
«Da un lato, il Sinodo si avvicina al Concilio. Si sta per un mese insieme a Vescovi di tutto il mondo per discutere e confrontarsi e anche nei tempi informali. Forse vivendolo, intuiamo cosa è stato il Concilio Vaticano II. Mentre molti Sinodi sono stati a temi teologici, ora partecipiamo a Sinodi che pongono al centro le persone: la famiglia e ora i giovani. Occuparsi della vita quotidiana fa riemergere i temi del Concilio di cui non ci siamo ancora fatti carico del tutto».

La domanda: «E adesso?»
«Ci sono due modi di interrogarsi sulle conseguenze del Sinodo. C’è chi si chiede come rigiocare nella pastorale quanto emerso, e c’è chi fa la domanda ironica, perché la speranza l’ha già persa e pensa che siano solo parole. Non è tempo di direttòri o di riscrivere documenti normativi. Significherebbe sottrarre, a chi vive la pastorale in prima linea, la possibilità di decidere e di fare delle scelte. È giusto chiedere una direzione, ma anche capire che tocca a noi oggi rimboccarci le maniche a partire da lì. Il Sinodo è la Chiesa che lavora».

Gli snodi più importanti
«‘È stata una buona vendemmia’, ha detto Papa Francesco. Perché la ricerca effettuata non è annegata in sociologismi ma è stata una ricerca qualitativa fatta con criterio. I due documenti, l’“Instrumentum laboris”, la fotografia sul panorama mondiale, e il “Documento finale”, la riflessione a partire dai dati, vanno letti in continuità».

Inquietudine sana necessita ascolto
«Tanti vescovi sentivano, all’inizio del Sinodo, urgenza subito di scrivere una lettera ai giovani. Ma “La Chiesa è in debito di ascolto” dice il Papa. L’esercizio dell’ascolto e del discernimento chiede tempo, solo in questo modo cresce la fede e cresce la comunità. La priorità non deve essere e non può essere insegnare qualcosa: i giovani hanno domande e inquietudini a cui dobbiamo prestare attenzione come Chiesa. Serve empatia, dice il Documento Finale, ovvero cercare di capire perché i giovani si allontanano in silenzio. Dio che viene verso gli uomini in Gesù ascolta per primo per questo, dice il Papa, così dobbiamo fare noi preti e noi cristiani. Dobbiamo saper ascoltare e solo dopo possiamo dire: ‘Mi interessi. Ho qualcosa da dirti».

Restituire il bene
«Chi dà la misura delle proposte alte o basse? Forse solo il cuore. Solo volendo davvero bene alle persone che incontriamo facciamo crescere i ragazzi, gli adolescenti, i giovani che incontriamo. Restituire il bene ricevuto è fare pastorale giovanile. Le azioni educative sono la conseguenza di questa spinta e della forza del Vangelo. Occorre essere liberi dall’idea che dobbiamo raggiungere qualche risultato. Cose nuove? Forse no. Ma stanno diventando solo parole, il Sinodo ci chiede di riprendere in mano l’educazione cristiana credendo che ciò che ha abitato noi può ancora cambiare la vita dei giovani».

La rete e la comunità
«A loro modo, i giovani cercano: andare continuamente su Google è cercare risposte a ogni ordine di domande. Ma è anche non andare più a cercare fisicamente nessuno. Non sentirsi più ‘dipendenti da’, ‘figli di…’ Possono sapere tutto, da soli. Il vero rischio della rete è la perdita di questa dimensione. Antidoti per una vita più vera? Agire per rimettere in relazione, per capire il valore del corpo, per sentirsi parte di una comunità. La parrocchia è ancora, è oggi, è casa: si celebra lì. Non tutti. Ma è un segno forte, un riferimento, un tetto riconoscibile in mezzo alle case. Così va mantenuto il legame tra Chiesa e territorio come sta cercando di fare la riforma della Diocesi di Bergamo. C’è bisogno di alleanze, così come dimostra il significato e la fatica di vivere il Sinodo».
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