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«I Care!»
Il corso residenziale di Mezzoldo
Di Noemi Vassia

Valigie piene, mattoni, cuscini, abbracci e lacrime. Ecco cosa avrebbe visto chiunque fosse andato al rifugio Madonna delle Nevi a Mezzoldo lo scorso martedì 29 agosto. Sì, perché, come ogni anno, dopo un’intensa settimana di formazione e divertimento, noi giovani animatori degli oratori bergamaschi ci siamo dovuti salutare.  Avevamo raggiunto il rifugio il precedente mercoledì 23 agosto carichi di aspettative, voglia di fare e di metterci in gioco e qualche timore di fronte all’avventura intrapresa. Nessuno di noi sapeva di preciso cosa ci aspettava, sapevamo solo che sarebbe stata un’esperienza che ci avrebbe fatti crescere.

 Ogni anno, infatti, tra le varie attività proposte dall’ Upee (Ufficio Pastorale Età Evolutiva) c’è il corso di formazione per animatori, scelti dai don perché sensibili alle tematiche educative e perché coinvolti nella vita dell’oratorio.  Quest’anno, però, c’era una novità: la partecipazione al campo di quattro ragazzi rietini, invitati in seguito ad un corso di formazione tenuto a Rieti da don Emanuele, Walter e Filippo, due educatori dell’Ufficio.

«Mezzoldo non si racconta, si vive!» questa è stata la prima frase che ha detto la mia animatrice Chiara durante il primo momento nei piccoli gruppi, ed è così. È difficile raccontare l’esperienza di Mezzoldo tra lavoro in gruppi, riletture, momenti di spiritualità e serate di animazione; ma soprattutto è difficile descrivere il clima che si è instaurato sin da subito. È bastato «mettersi in gioco», «ascoltare» ed «accogliere l’altro» per instaurare quel legame speciale che si crea solo quando si mette il cuore in ciò che si fa, nelle esperienze che si vivono «riconoscendo» in esse la presenza di Dio. «Accogliere, vivere le esperienze, conoscere e riconoscere»: quattro tasselli fondamentali di ogni relazione, soprattutto di quella educativa.
Perché educare è questo. È accogliere l’altro per quello che è, vivere delle esperienze con lui imparando a conoscere meglio sia lui sia sé stessi ed essere grati di quanto vissuto, riconoscendo che “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Matteo 10,8).  Ecco cosa ci ha insegnato Lorena durante la prima rilettura, un momento importante perché se nelle attività di gruppo si impara concretamente cosa significa educare, con le riletture ci si ferma, si fa mente locale e ci si appunta le “nozioni”.

Ma Mezzoldo non è solo educare, è anche «spiritualità», un momento per fermarsi a pensare, a riflettere su delle figure importanti, nel nostro caso il grande maestro don Milani, o semplicemente pensare alla propria vita, a ciò che si è ed a ciò che si vorrebbe diventare.  Mezzoldo è così. Non ti dà le risposte, ti riempie la testa di domande e sta a te cercare le risposte e crescere.

Alla fine di questa settimana siamo tornati a casa carichi di mattoni, non solo i mattoni usati durante i momenti di spiritualità della sera, ma di quei meravigliosi mattoni che servono per la vita. Quei mattoni che educano, fanno crescere e formano giovani adulti responsabili, capaci di amare e di appassionarsi alla vita, impegnandosi nelle cose che contano davvero.  Sono convinta che Mezzoldo non rimarrà solo un bel ricordo, credo invece che abbia «lasciato un segno» in ognuno di noi, un piccolo seme di cui noi dobbiamo prenderci cura nella quotidianità dei nostri oratori per farlo germogliare e portare frutto. Questo è il compito di ogni educatore: prendersi cura dei più piccoli per farli diventare grandi.  Personalmente sono grata a tutte le persone che mi hanno dato la possibilità di vivere quest’irripetibile esperienza e credo fermamente che ora spetti a noi tornare a casa e interessarci, prenderci cura dei piccoli, appassionarci e far appassionare anche altri a tutto ciò che l’oratorio è, non solo come bel contenitore di iniziative, ma luogo dove vivere la vita buona del Vangelo, perché come ripeteva sempre don Milani, e come abbiamo fatto ogni giorno noi a Mezzoldo: «I Care!»
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