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La «due giorni»
La vocazione come fondamento
di Maria Chiara Rossi

Anche quest’anno, come di consueto, agli incaricati di pastorale giovanile della nostra Diocesi è stato offerto il tempo disteso di due giornate per una pausa di riflessione e di risignificazione dell’agire in ambito pastorale. Prendere in considerazione gli spunti emersi e gli argomenti messi a tema è accorgersi che la nostra Chiesa non è ferma di fronte al cambiamento a cui assistiamo. Il Sinodo dei Giovani, il Documento Finale, la Christus Vivit hanno tracciato delle rotte, così come le lettere pastorali del Vescovo degli ultimi tre anni. Anche le buone prassi avviate nei nostri oratori e le realtà quotidiane sono chiamate a confrontarsi con questo movimento che interessa la chiesa universale per ri-dirsi e ri-disegnare il sentiero da seguire nella pastorale giovanile. Questa due giorni, in fondo, interessa tutti i preti e i laici attivi e ricettivi, impegnati in una vita a servizio dell’altro e del Vangelo.

Don Michele Gianola, dell’Ufficio Vocazioni della Cei (Conferenza Episcopale Italiana), ha proposto, in linea con le indicazioni di Papa Francesco, una interessante lettura delle ragioni d’essere e di operare della pastorale vocazionale in relazione alle altre pastorali. Il tema è questo: il Papa spinge perchè pastorale giovanile e vocazionale siano sempre più una cosa sola, per dare forza una all’altra, divenendo così da due a una sola “pastorale giovanile vocazionale”. E don Michele rincara la dose: qualsiasi pastorale, che sia della famiglia, della carità, giovanile… tutte devono avere dimensione vocazionale. Per assurdo, la pastorale vocazionale “pura” potrebbe “estinguersi” per essere bene assorbita da tutte le altre. Senza vocazione non c’è famiglia, non c’è carità, non c’è pastorale giovanile. Solo in questa direzione le pastorali possono divenire capaci di essere maggiormente efficaci, ridando la dimensione vocazionale a tutte le pastorali. La pastorale giovanile potrebbe anche scomparire se le radici di tutte le pastorali fossero imbevute di vocazione. In questa provocazione non è contenuto solo un gioco di parole ma una prospettiva diversa, anche nell’applicazione pratica.

La Diocesi di Bergamo ha, ancora oggi, un buon numero di preti giovani. Proprio a loro don Michele si è rivolto. Per dire cosa? I preti sono chiamati a chiedersi quale è la loro vocazione oggi. Hanno infatti una vocazione specifica. Don Michele ha sollecitato a farsi la domanda: “Come sono chiamato oggi a essere prete per far accadere meglio il Regno di Dio? Come avere sempre più tempo per l’ascolto e la vicinanza ai giovani? Non è detto che quello che faccio sia il modo migliore per stare vicino ai giovani”. Ribadiva che un discernimento è necessario.
E poi suggerisce una via: un più stretto collegamento con il Vescovo. Essere presbitero della chiesa di Bergamo è riconoscere che “sei a servizio della chiesa di Bergamo, è quella la tua Chiesa. Emerge il bisogno di recuperare consapevolezza di appartenere anche a una dimensione presbiterale”.
Non certo perché il livello della parrocchia, intermedio tra il singolo e il Vescovo, debba venire meno, ma per tenere allacciato un filo costitutivo dell’essenza della nostra Chiesa. Il rapporto di diocesanità facilita il lavoro del singolo, è tempo di chiedersi, ora che le forze vengono meno, è meglio andare avanti da soli o insieme?
La divisione del lavoro, in un’ottica di alleanza, ha funzionato anche nei campi scuola dei nostri oratori: è successo questa estate. Che più di un oratorio scelga una stessa meta e un percorso comune è occasione preziosa per unire le forze, dividere i compiti, dare attenzione a ogni dimensione della persona e non perdersi il bello di un’esperienza immersiva per il peso dei troppi pensieri organizzativi.

Un invito risuona chiaro, dunque, e resta nelle nostre orecchie a conclusione della “due giorni”: l’auspicio è una maggiore unione d’intenti, un lavoro d’insieme, a stretto contatto col Vescovo, come era realtà nei primi secoli della Chiesa.
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