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Mezzoldo
La spiritualità al centro
di Isabella Ferrari

Che cosa può aver reso così “sapida” la settimana di formazione a Mezzoldo? Quale il “sale” che ha permesso di gustarla  appieno? Spiritualità è il nome che cerchiamo e che rappresenta la chiave di lettura di tutte queste giornate. Personaggi, testi e riflessioni hanno caratterizzato il primo mattino, il crepuscolo ed il coprifuoco, divenendo lo scrigno che ha racchiuso ogni altro evento della giornata, come lavori di gruppo, lettura di frammenti di testi letterari, riletture e testimonianze, fonti indirette di nutrimento per le nostre anime. Senza quello scrigno prezioso non si sarebbe tuttavia potuto custodire e scoprire il tesoro che vi è racchiuso, il fine dell’esperienza, che, nel nostro caso, è stato quello di riuscire ad introdurre la spiritualità in luoghi e momenti che le parrebbero estranei.  Nella ricerca dell’obiettivo, essenziali sono stati i momenti di spiritualità propriamente detti, nei quali ci siamo uniti alla preghiera di quei discepoli che, affascinati dal modo in cui Gesù si rivolge al Padre, gli chiedono: “Insegnaci a pregare”, passo oggi più difficile che mai, considerato il dominio esercitato nel mondo giovanile da falsi idoli. Dal momento che Gesù rispose a questa preghiera insegnando il Padre Nostro, anche noi, nella spiritualità del crepuscolo abbiamo letto e ci siamo come lasciati, noi stessi, rileggere da questa preghiera ripercorrendo, parallelamente alle attività di gruppo della giornata, le tre sfere temporali. Nel guardare al nostro passato, abbiamo cercato nel nome del Padre la nostra origine; nell’analizzare il presente, ci siamo focalizzati su quali siano i nostri desideri ed in quale misura coincidano con la volontà di Dio; osservando il futuro, abbiamo individuato le vere fonti di sostentamento della nostra anima, simili a minatori in cerca di pietre preziose. Questo percorso temporale ha raggiunto il proprio apice alla conclusione della settimana in cui non ci siamo più occupati di spiritualità in un contesto spazio temporale definito, ma parlandone in modo diretto ed esplicito, cercando di verificare quanto saldo fosse  quel filo rosso che rappresenta la nostra “connessione verticale”, a garanzia della bontà dei nostri legami “orizzontali”. Nel timore di perdersi in astrazioni, magari lontane dalla vita di noi giovani, ci siamo quindi riportati “con i piedi per terra” durante il momento della spiritualità del mattino, guidati dallo straordinario esempio di don Bosco, che ci ha insegnato come la missione che siamo chiamati a compiere nei nostri oratori abbia come fondamentali ingredienti  un’ equa commistione di allegria, amorevolezza, religione e ragione. Quella di Mezzoldo è stata un’esperienza magica, quasi surreale, soprattutto grazie al modo in cui questa spiritualità è stata risvegliata, in punta di piedi, con una  delicatezza e discrezione tali da riuscire ad ottenere l’accesso al nostro cuore, la cui porta, si sa, ha una sola maniglia che si apre dal di dentro e che solo noi possiamo decidere se e a chi aprire. Così i nostri 51 cuori hanno iniziato a battere in sincronia, manifestando le emozioni risvegliate con caldi abbracci, intense strette di mano e lacrime silenziose. Al termine di questa esperienza, possiamo dire di aver “migliorato” il nostro modo di pregare ma non di averlo “imparato” perfettamente, non essendo la perfezione connaturata all’uomo, soprattutto in materia spirituale. Grazie alla testimonianza di don Mecu, abbiamo tuttavia compreso una cosa più importante: vivere questa imperfezione significa come permanere in una tensione tra limite e desiderio, senza paura di rischiare ma trovando, come ci ha insegnato Nadia Toffa, in questa sete inappagabile di imparare, la più autentica forma di felicità
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