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Sinodo dei Vescovi
Il documento finale
di don Michele Falabretti

Sinodo, una sfida per gli adultiDomenica 14 Ottobre 2018
Quando si parla di rapporti intergenerazionali e si rileva la fatica di essere generativi, non si può spostare tutto il peso sulle generazioni successive. Aleggia spesso nell’aula del Sinodo la convinzione che ci sia qualcosa da fare: se non riusciamo a trasmettere la fede «come una volta», non ci si può impantanare nell’idea che sia sempre colpa degli altri. C’è qualcosa che non funziona più nel modo di essere cristiani dentro questo mondo: il dispositivo che per tanto tempo ha funzionato, si è inceppato. A essere onesti, non è una questione così nuova: è almeno dal tempo dell’apertura del Concilio Vaticano II che la Chiesa pone il tema; forse si è confidato troppo in quella che è stata definita la «ricezione» del Concilio stesso, pensando (illudendoci?) che comprenderne i testi potesse bastare a spalancare un futuro radioso. Le istanze che il Concilio poneva erano più che profetiche; il nostro tempo più recente (basterebbero gli ultimi dieci anni) le ha viste esplodere: l’epoca dei cambiamenti è diventata «un cambiamento d’epoca». Non a caso, credo, Papa Giovanni XXIII è tra i più citati negli interventi.
Torna con insistenza, fino a diventare centrale, il tema dell’ascolto. Citato in quasi tutti gli interventi, bisogna fare attenzione a non addomesticarlo trasformandolo in uno slogan facile da svuotare. Ciò che noi cerchiamo in ogni azione educativa, ciò che vogliamo offrire con l’umile testimonianza della vita, non è una dipendenza delle persone dal nostro modo di vivere o di concepire le cose. Ciò che si cerca, quando si tratta di essere generativi, cioè di far venire alla luce, è la maturità delle persone, è il desiderio che i giovani possano camminare con le loro gambe condividendo con loro il Vangelo di Gesù, affinché il suo umanesimo appaia al loro cuore come il più convincente. Dare forma alla propria identità e alla propria coscienza, è passato – per gli adulti di oggi – attraverso una formazione fatta soprattutto di istruzioni. È precisamente questo il dispositivo che si è inceppato: è possibile istruire il cuore del bambino (che non indica un’età anagrafica, ma la disponibilità della fede); il cuore dell’adolescente e del giovane già nuota in una cultura frammentata e naviga nella rete, un mare di informazioni (spesso false e urlate) che facilmente finisce per lasciarli senza cibo e acqua potabile. Come non abbandonarli alle loro solitudini, è questione di una Chiesa che ancora vorrebbe generarli a una vita di senso.
Per poter sperare di riuscirci, c’è bisogno di una conversione che cambi il cuore dei cristiani, ai quali riesce difficile scoprire che la cura delle giovani generazioni non può essere una semplice consegna di istruzioni. Ascoltarli: è un esercizio faticoso, quando non impossibile, se non se ne scorge il bisogno. È vero che i giovani sanno vivere benissimo indifferenti a Dio, ma la vita presenta il conto a tutti: anche il loro cuore continua ad essere attraversato da pensieri e domande. Conoscerle, capirle e ancor prima ascoltarle perché esse prendano forma sulle labbra (salendo magari dalla pancia, ma aiutandoli a capire che hanno a che fare con il cuore) è un esercizio paziente a cui non siamo abituati. Ma è il bisogno più forte che il Sinodo sta rivelando: sembra che la pazienza di porgere orecchio da parte degli adulti, sia considerata sempre più dai giovani come il criterio di credibilità più forte. Come dire: del tuo Gesù non me ne faccio nulla, se tu non sei davvero disponibile per me e per l’umanità di oggi.
Per questo l’istanza del Concilio chiede di essere ripresa: capire questo tempo non significa giustificare tutto ciò che dice, ma accoglierne le istanze per mostrare le connessioni che esse possono avere con le esigenze del Vangelo. Tornano a risuonare, in particolare nella giornata di oggi, le parole del testamento di Paolo VI: «Non si creda di giovare al mondo assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo». I lavori sono in corso. Per chi avrà orecchi, arriveranno messaggi di speranza.

I giovani chiedono adulti credibili Domenica 28 Ottobre 2018
Non perché si possa evitare il problema, ma perché uno sguardo più ampio rivela la possibilità di trovare qualche strada. Credo che il Sinodo abbia messo in evidenza il «paradosso pedagogico» a cui oggi assistiamo. Gli adulti di oggi, giovani fino a ieri, sono cresciuti con uno schema ben preciso: i grandi sanno, quindi dicono ai piccoli cosa devono fare; chi cresce è sguarnito, chi è maturo è attrezzato. Per la prima volta, nella storia, l’azione educativa deve prendere atto che non è più così: chi è giovane ha già a disposizione molte delle informazioni che l’adulto vorrebbe consegnare. Anzi: sono i più giovani che spesso hanno in mano le chiavi per comprendere questo tempo e per interpretarlo. Gli adulti sono abbastanza spiazzati.
Facciamo un esempio: la rete che la tecnologia mette a disposizione e le conseguenze sul piano delle relazioni. Per esorcizzare l’incapacità a districarsi nella grande matassa di informazioni che viaggiano nel web, gli adulti spesso descrivono con toni apocalittici i pericoli connessi alla navigazione in internet o all’uso dei social. Non vogliamo essere ingenui: ma siamo sicuri che siano i ragazzi quelli che ci cascano per primi? La vita sociale e politica, a cui assistiamo ci dice che è il contrario: sono gli adulti che fanno fatica a mantenere lucida la propria capacità critica. Ammesso che i giovani non ne abbiano (e mi pare che non sia così, ma che sappiano «abitare» questo mondo con più anticorpi di noi adulti), nella migliore delle ipotesi essi non faranno altro che replicare ciò che vedono negli adulti. Non c’è convegno sul bullismo che vada deserto: ma ci siamo mai chiesti se ha senso desiderare di vedere preadolescenti e adolescenti nei panni di miti santarellini, quando il mondo degli adulti non sa più confrontarsi se non attraverso un linguaggio e gesti pieni di violenza?
Non si tratta di spostare il problema: si tratta di prendere atto che non abbiamo più a che fare con generazioni di piccoli ingenui (tale io non ho paura a definirmi, se ripenso alla mia giovinezza). Dunque, proprio perché diciamo che la fede è questione di senso della vita, a maggior ragione la Chiesa deve seriamente porsi il problema di come si presenta a questo tempo e alle persone che lo vivono. Proprio per questo nel Sinodo sono emerse questioni urgenti che riguardano gli adulti: la loro credibilità in tema di fede e di vita, la gestione delle strutture ecclesiali e la capacità di mostrare che il potere nella Chiesa deve essere anzitutto un servizio, il ruolo della donna all’interno di essa, l’accoglienza delle fragilità e marginalità nella cura dei più poveri. E soprattutto la disponibilità (prima ancora che la capacità) a farsi compagni di viaggio che sanno ascoltare le domande dei giovani prima di correre a offrire risposte.
Sembrerà strano, ma è su questo terreno che si gioca la partita di una Chiesa che vuole tornare a incontrare i figli di questo tempo. Le loro relazioni rischiano di smaterializzarsi sempre di più: i social rimangono il terreno di incontro per loro più spontaneo. Ma è pur sempre il corpo che resta l’origine di ogni stupore.
Un «corpo» che per funzionare deve riconoscere l’esigenza di mettere in connessione fra loro le membra, riconoscendo il bisogno e la funzione di ciascuna. Dunque nell’iniziare ad accettare che noi potremo seriamente educare i giovani se saremo disponibili anche a lasciarci educare da loro. Nel dispiegarsi dei dialoghi e dei confronti, sono emerse perplessità sullo stile sinodale che il Papa ha più volte indicato per la Chiesa di oggi. Uscendo dall’ecclesialese: se non sapremo trovare una forma di vita comunitaria più credibile e in essa la possibilità di vivere esperienze più fraterne (dunque con uno stile anche critico nei confronti di un mondo che va nella direzione di un individualismo esasperato), potrebbe davvero essere compromessa la consegna del Vangelo alle nuove generazioni. Non si tratta di tecniche animative o di metodi accattivanti per radunare giovani. Si tratta di una vera e propria conversione a cui gli adulti sono chiamati. In fondo è l’appello più radicale del Vangelo; lo è fin dalle sue origini.
Un pensiero, davvero, consola al termine di questo Sinodo: non è davvero mai troppo tardi per poter riannodare i fili della vita con la presenza di Gesù nella storia. Le depressioni pastorali non sono ammesse: ricordano troppo un aratro lasciato a terra.

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