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Prendiamo per mano i giovani
La giusta risposta all'esperienza della Gmg
di don Michele Falabretti

Gambe e spalle ciondolanti. Zaini che, nonostante il tentativo di portare l'essenziale (e già qui potremmo fermarci…), sembrano sempre troppo ingombranti. Il cappello sulle ventitré a fare l'ultima resistenza al sole. Sulla via del ritorno i visi sono stravolti: sabato il gran sole, poi la danza della pioggia di animi che desiderano un po' di fresco; sul più bello – quando meno te l'aspetti e quando meno lo vorresti – la pioggia a scrosci e il caldo che asciuga tutto. Di mattina viene alla svelta, il sole, sulla spianata di Cuatro Vientos: alle sette è ancora buio, ma nel giro di pochi minuti siamo in piena luce.

Il risveglio è guidato dalla preghiera, ma anche da una voce insistente e francamente fastidiosa che urla nel microfono senza accorgersi che a quell'ora un po' di delicatezza in più non guasterebbe. Arriva il Papa: tutti in piedi, la spianata si anima, i giovani corrono e fotografano prima di raccogliersi per la Messa e di salutarsi con un po' di nostalgia che già serpeggia. Poi tutti in fila: si torna agli alloggi a riposare un po'. Qualche minuto di pace può servire a far emergere alcune impressioni. Per i bilanci bisogna aspettare: le analisi andranno fatte con più calma.

Nel saluto iniziale della Messa l'arcivescovo di Madrid ha descritto i giovani presenti sulla spianata come persone al termine di un cammino formativo che li ha temprati e preparati alla vita. Capisco l'entusiasmo, ma mi permetto di dissentire. Questi ragazzi, come molti loro coetanei e come i loro genitori, cercano con fatica di imparare a vivere.

La Gmg è un passaggio bellissimo e interessante. Ma non è risolutivo: hanno bisogno di fare la fatica di capire chi sono e dove andare. Ci piacerebbe, da cristiani, pensare che Gesù Cristo sia effettivamente l'amico di cui fidarsi: l'hanno cantato, in questi giorni, ma non basta. Saldi nella fede poteva essere un titolo capace di provocare, per il resto rischia di essere piuttosto pretenzioso. A meno a che non si mettano nel conto anche le cadute e i dubbi di un cammino fatto più di domande che di certezze.

I giovani durante gli appuntamenti hanno lanciato alcuni segnali: l'adesione ai momenti di riflessione e di catechesi è stata più assidua; l'intensità durante i grandi appuntamenti condivisi è stata più forte; sabato sera durante la pioggia hanno mostrato una grande pazienza, impressionante il silenzio che si è creato sulla spianata per i pochi minuti di adorazione. Aggiungiamo, vale per i nostri, il modo con cui si è superata una prova inattesa e non facilissima come quella di Granada. Segnali. Di un mondo giovanile in ricerca e capace di camminare. Attenzione ai facili entusiasmi: c'è ancora molta strada da percorrere.

Qui pare di vedere un elemento interessante. La Gmg è l'incontro con il mondo e con la Chiesa. Verrebbe da dire con la Chiesa nel mondo. Una Chiesa che si fa casa: i ragazzi questo lo manifestano abbastanza evidentemente. Hanno bisogno di sapere che ci sarà sempre qualcuno in grado di offrire perdono; qualcuno che accoglie, tenta di capire, rilancia. Questi giorni sono capaci di essere una promessa per i ragazzi: ci sarà sempre qualcuno su cui appoggiare le proprie incertezze e a cui rivolgere le proprie domande.

Ma sarà davvero così? La Gmg è una provocazione per le nostre comunità: saranno capaci di accogliere davvero questi giovani che tornano pieni di sonno e di sogni? Saranno capaci, gli adulti, di offrirsi come testimoni credibili? Il Papa ha parlato loro di una Chiesa fatta così. Per la verità anche lui ha detto che dovrebbe essere fatta così: lo spazio tra il sogno e la realtà è tutto nostro e lì dentro si gioca la vita di tutti. Torniamo a casa con una bellissima esperienza nel cuore. Da domani si torna a percorrere le strade di casa. Lo facciamo prendendoli per mano?
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