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Quando l'emergenza diventa pedagogica
Commento alle difficoltà
di don Michele Falabretti

Non sarà certo la cosa più importante della Gmg, ma rischia di diventarlo. Non tanto per i ragazzi, perché – diciamolo – l'emergenza per loro è finita e ieri se ne sono andati a spasso per le strade di una Madrid sempre più festosa per la presenza di giovani del mondo.

Quanto piuttosto per le cronache e per le preoccupazioni pure legittime degli adulti. E allora parliamone: l'emergenza spaventa, non andremo certo a cercarla. Ma non possiamo dire che questi sono stati giorni andati perduti. Anzitutto il tipo di esperienza. Partecipare a una Gmg non significa andare in vacanza: si dorme dove capita e perlopiù in terra, ci si lava dove e come si può, si mangia (!) quello che viene distribuito. Si cammina sotto il sole che cuoce, si fanno lunghe code per partecipare a un appuntamento. Inutile dire che già questo li mette in crisi. Abituati come sono a essere preservati dal disagio.

Eppure si fa; e senza metterla giù troppo dura questi ragazzi imparano a sorridere di molte cose fino a poco prima oggetto di lunghi lamenti. Magari attaccando un pezzo ogni giorno a leggende che si formano durante il viaggio. Avete sentito parlare di intoppi, disagi e imprevisti? Benvenuti alla Gmg, dove l'imprevisto è l'unica cosa certa di ogni giornata e offre il suo contributo quotidiano alla biografia di ciascuno.

Il disagio, questa volta, si è trasformato in una disavventura decisamente poco simpatica. Sempre per un problema organizzativo (è probabile sia stato il caldo del luogo dove era conservato il cibo) ci siamo ritrovati nella piccola odissea dell'intossicazione. All'inizio solo qualche telefonata. Poi, come accade a volte d'estate, dopo qualche goccia si è scatenato il temporale. Nel giro di due o tre ore la palestra era circondata da ambulanze, pompieri e protezione civile. Medici e infermieri a fare il loro lavoro. E i ragazzi?

Qualcuno stava veramente male, ed era una pena vederlo. Alcuni si lasciavano prendere anche dal panico e dalla paura. Anche chi «stava bene» viveva nella paura di stare male o nello smarrimento di vedere gli amici così. Però, nel giro di tre o quattro ore, la situazione si è tranquillizzata.

Lì per lì non ci ho pensato, ma ho capito dopo quanto sia importante accompagnare i ragazzi in questi momenti. L'hanno fatto tutti: preti e suore, animatori e giovani più grandi. Ma anche coetanei con i coetanei. E ho pensato non solo alla solidarietà che scatta nei momenti difficili. Ho proprio pensato a questi ragazzi che non sanno più che cosa sia l'imprevisto o la fatica; ma no, proprio non è vero che non li sappiano affrontare. Ho pensato alle paure degli adulti che venivano trasmesse via cellulare; mentre lì si trasformava l'emergenza in normalità da attraversare. Ho pensato, quanto tutto è passato, che, semplicemente, abbiamo fatto quello che dovevamo fare perché i ragazzi potessero imparare il senso delle parole che i loro genitori un giorno si sono scambiate: «Nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia».

Di lunedì sera mi rimane impressa un'immagine bellissima: il parroco di Otura, un piccolo prete, spagnolo e settantenne, è arrivato al campo sportivo. Se n'è rimasto qualche ora a guardare. In mano la corona del rosario. Passandogli vicino, a un certo punto, ho visto nei suoi occhi un senso di smarrimento. Mi ha guardato e ha provato a dirmi che gli dispiaceva, anche di non poter fare nulla. Era lì, diceva, perché come parroco non riusciva a stare a casa.

L'ho consolato: sarebbe andato tutto a posto. Mi sono ripromesso di raccontarla, questa scena. Perché li ho visto la carezza di Dio, che non ti evita mai di vivere l'esperienza della fatica. Ma ti passa accanto con la carezza di un'Ave Maria di un piccolo prete, spagnolo e settantenne. Nello zaino della Gmg questi gadget non c'erano. Oggi, anche per questi ragazzi, pazienza e sopportazione, cura e sostegno reciproco sono diventati un bagaglio prezioso.
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