Articolo 12 novembre 2019
Preti e laici: quale rapporto?
I ruoli nelle Equipe Educative
di Redazione Upee
 
La dottoressa Manzi, docente di psicologia sociale in Cattolica 
“Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; […] Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? […] Desiderate invece intensamente i carismi più grandi”. (1Cor 12, 27-31)
Dare vita alle Equipe Educative negli oratori della nostra Diocesi è credere a quanto duemila anni fa l’apostolo San Paolo scriveva agli abitanti di Corinto. Grazie ai laici e ai preti che oramai da cinque anni si stanno mettendo in gioco in questa esperienza, con le diversità dei ruoli e dei carismi, possiamo dire di essere ancora un corpo vivo che non rinuncia a tenersi in movimento per far arrivare ai più piccoli il Vangelo a nostra volta ricevuto. A partire dalla giornata di studio tenutasi al Centro Oratori il 30 ottobre scorso e che ha visto i preti come protagonisti particolari, vi raccontiamo come si sta evolvendo il cammino delle Equipe Educative nella nostra Diocesi.

Introduzione
Nella giornata di studio dello scorso anno si era parlato del ruolo dei preti nelle Equipe Educative. Quest’anno il tema sono stati i laici e i loro possibili diversi ruoli. Non ci si è quindi interessati tanto del “perché” loro siano chiamati ad essere parte di questo gruppo di regia dell’oratorio, quanto del “come” essi possono esserne meglio parte. Sono sempre due gli snodi da tenere presenti nell’avvio di un’Equipe Educativa: le attitudini personali dei diversi membri e alcune “attenzioni strutturali” che permettano di attivare più facilmente sinergie vincenti. Rispetto a queste ultime, il cammino è da sempre un po’ sperimentale. Spesso procede per tentativi ed errori: ogni oratorio sta infatti lavorando “sulla” e “con” la sua Equipe Educativa e il confronto, grazie anche ai facilitatori messi a disposizione dalla Diocesi, è tuttora in corso. Una ricetta uguale per tutti non c’è e c’è ancora tanta strada da percorrere insieme. Ma qualche buon risultato, qualche linea trasversale ed emergente, comincia a vedersi soprattutto in ordine ad una buona suddivisione dei ruoli tra i membri che ne fanno parte.

Le buone prassi
Tre sono i binari che hanno trainato il lavoro della mattinata. Il primo è stato partire da esempi di vita reale. Don Gianluca Brescianini, parroco di San Pellegrino, ha raccontato le “virtuose” conseguenze che le Equipe Educative stanno portando: aumentano la capacità di osservare e di ascoltare le urgenze ma anche la fiducia reciproca, capace di valorizzare la ricchezza che ciascun membro porta; fanno godere della “professionalità” dei suoi membri oltre che della loro capacità di comunicare e di interfacciarsi con gli enti del territorio; hanno il coraggio di vivere i conflitti andando nell’ottica dell’orizzonte comune e dello scopo per cui ci si spende. In altre parole: in ogni situazione, l’“altro diverso da te” diventa una buona cartina di tornasole che fa da specchio a ognuno e dà un rimando veritiero dei punti di forza e di debolezza di ciascuno. Anche l’intervento di Luigi Bonetti, laico dell’Equipe Educativa di Tagliuno, ha lasciato il segno: essere membro dell’Equipe è rispondere a una chiamata e assumersi con responsabilità un ruolo specifico. Ma come si definisce il ruolo di ciascuno? Un criterio interessante è suddividersi sui diversi ambiti educativi dell’oratorio: l’auspicio è di essere il più inclusivi possibile nei confronti di coloro che, anche esterni all’Equipe, si rivelano particolarmente “propositivi e aderenti al progetto dell’oratorio”. Allargare i confini, coinvolgere i nuovi è un po’ osare ma ci è chiesto dal Vangelo: è più bello prendersi a cuore l’oratorio “insieme”, anche se non vedremo frutti immediati. 
 
L’identità dell’Equipe e dei singoli
Il secondo binario è stato un contributo “scientifico”. La professoressa Claudia Manzi, docente di psicologia sociale dell’Università Cattolica di Milano, ha posto da subito una questione: bene se l’Equipe esiste. Ma nella sua essenza, essa è un gruppo oppure è solo l’unione di singoli? Le scienze umane ci dicono che occorre avere un background culturale comune e delle motivazioni personali che convergano per essere veramente un gruppo. Ma l’Equipe Educativa non può essere solo un gruppo che si autogoverna: ogni gruppo ha bisogno di un suo leader. Un “coordinatore” che non sia il prete e che incarni al meglio l’identità dell’Equipe e che sia competente nella materia che si sta affrontando. In relazione a lui si porranno tutti gli altri membri, ciascuno con la sua identità particolare per un più facile conseguimento degli obiettivi. Il lavoro del gruppo va quindi gestito con competenza e supervisione: ogni membro è competente nel suo ambito e il coordinatore è chiamato a far emergere queste competenze e a mediare tra le varie voci per dare a ciascuno la giusta importanza, anche in caso di conflitto.

Confronto
Ed eccoci al terzo binario della mattinata. I preti presenti si sono suddivisi nelle diverse comunità ecclesiali di appartenenza per poter condividere reazioni agli interventi e vissuti con i loro “vicini di casa”. Tante sono state le domande: con una sottile linea che – ci si è detti – andrebbe forse superata. Si sente infatti spesso l’urgenza di passare dall’autoriflessione all’operatività, dalle competenze tecniche alla missione che ciascun cristiano sente, dalla centralità del prete allo spazio “giusto” che conviene che egli abbia. Un’indicazione preziosa è stata di non sentirsi schiacciati da tutte le questioni ma di procedere un passo per volta. Con uno stile e un metodo condiviso e che, in concreto, sta già mostrando che fare passi avanti è possibile.
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