Articolo 08 settembre 2021
Con Dante per crescere e incontrare nuovi sguardi
Corso residenziale Mezzoldo 2021

Che bello poter dire: MEZZOLDO 2021, CE L’ABBIAMO FATTA!

Un’edizione un po’ incerta, un’edizione inedita del corso residenziale per animatori d’oratorio che dal 25 al 29 agosto ha coinvolto una quarantina di ragazzi maggiorenni e una ventina di animatori provenienti da tanti oratori della Diocesi di Bergamo. Per molti Mezzoldo è solamente un piccolo paesino della Valle Brembana, ma per i ragazzi che quest’anno hanno vissuto insieme cinque giornate piene di risate, riflessioni e domande è un luogo speciale, perché? Perché Mezzoldo non è solo un luogo, è soprattutto un viaggio, un cammino alla scoperta di sé. Chi arriva a Mezzoldo è animatore d’oratorio da ormai qualche anno, conosce i ragazzi e respira lo stile dell’animatore da tempo; qui però cambia prospettiva: se per anni ha visto il suo ruolo solo come servizio verso qualcuno ora inizia a guardarsi allo specchio, passa al centro della riflessione: dal TU all’IO. IO SONO EDUCATORE. Proprio io, tutto me stesso con i miei punti di forza e di debolezza, con la mia motivazione e i miei obiettivi, pronto a mettermi in discussione perché sì, quella educativa è una relazione che può cambiarmi e comporta responsabilità. Non sono solo in questa relazione: quello dell’educatore non è un lavoro per solitari ma è per chi sa collaborare con prospettive diverse, ma con un obiettivo comune ovvero prendersi cura dei più piccoli.

 

A Mezzoldo come nei tanti oratori da cui arrivano i ragazzi si vede che “più si è, meglio è”; questa è la filosofia dell’educatore che non può stare da solo, non può sovrastare gli altri, non può comportarsi come un baobab. L’educatore è pieno di legami, intreccia le sue azioni a quelle degli altri, compensa e si lascia completare come tutte le diverse piante presenti in una foresta pluviale: si uniscono e si intrecciano tra loro. È una questione di sguardo: vedere se stessi per imparare poi a guardare chi ci viene affidato. Come sono gli occhi dell’educatore? Pronti a mettere a fuoco l’identità, i bisogni di chi ha davanti per riuscire ad accompagnare al meglio chi cammina mano nella mano con lui. Da dire sembra semplice, ma da fare? C’è qualcuno che ci aiuta: Don Bosco parte proprio dall’osservazione della realtà della sua Torino e dai bisogni dei ragazzi che vede per strada per creare l’oratorio, un posto dove il prendersi CURA diventa una missione. Allora anche noi possiamo prenderci cura di chi ci viene affidato se impariamo a capire, con un po’ di esercizio nello sguardo, la realtà dei ragazzi. Non è sempre semplice, l’educatore non è indistruttibile. A Mezzoldo abbiamo fatto esercizio di fragilità: abbiamo guardato negli occhi, ci siamo lasciati osservare da sguardi spesso invadenti che sembravano quasi essere in grado di leggerci dentro, abbiamo anche avuto il coraggio di chiudere gli occhi e lasciarci guidare nello spazio. Abbiamo vissuto la fragilità, ma vedendola come un’occasione per scoprirci capaci di dare fiducia e di riceverla: anche in questo caso è questione di prospettiva. Ognuno ha delle crepe, dei cocci che si porta dentro, ognuno ha qualcosa di rotto. A chi affidiamo le nostre fragilità? Chi è in grado di vederle non come crepe di un muro ma come finestre verso un panorama più grande? Abbiamo finalmente capito cos’è la fede: affidare tutto, anche le proprie debolezze a Dio, che è in grado di accoglierle e custodirle.

Chi poteva accompagnare i ragazzi al meglio se non il poeta che ha raccontato il viaggio più impensabile e straordinario di tutti? Dante Alighieri, di cui quest’anno si ricorda il 700^ anniversario della morte, ci ha fatto da compagno di viaggio perché, nonostante i secoli di distanza, ha vissuto la nostra stessa avventura: un viaggio alla scoperta della fede. Ogni mattina ci ha svelato qualcosa in più su di sé e sulla sua vita. Attraverso alcuni dei suoi versi più celebri ci ha raccontato di come è stato fragile e timoroso appena entrato nella selva oscura, di quando si è chiesto “perché proprio a me è concesso di affrontare questo viaggio?” e di quando ha riflettuto su chi è stato in grado di prendersi cura di lui e a chi è stato in grado di affidarsi. Dante ha vissuto e raccontato in poesia quello che stavamo vivendo a Mezzoldo: anche noi abbiamo affrontato le nostre fragilità, anche noi ci siamo interrogati su cosa voglia dire prendersi cura di chi ci viene affidato e anche noi ci siamo interrogati sulle nostre motivazioni, su quello che ci muove. Dopo 700 anni la domanda finale è sempre la stessa: qual è la mia missione? Per Dante la missione è stata raccontare a tutti la potenza del viaggio che Dio gli ha permesso di vivere. Torniamo nei nostri oratori con un’altra domanda a cui dare risposta, ma con la gratitudine per aver vissuto momenti così autentici e la motivazione di chi ha voglia di prendersi cura. Ma soprattutto torniamo a casa alleggeriti dal peso delle nostre fragilità perché abbiamo trovato Chi le accoglie e le vede come preziose.

 
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