Articolo
Don Bosco di Geda
Un piede nel sogno e uno nella realtà
di Redazione Upee 
 
 
Fabio Geda scrive, e lo fa bene. Ed è proprio nel corso 2019 che lo scrittore torinese ci ha regalato un bel libro che vogliamo consegnare a ciascuno di voi. Sfogliandolo, anche solo leggendo qua e là, troverete che le pagine parlano di voi e della vostra storia. Perchè in oratorio, per un motivo o per l’altro, un bergamasco un piede ce l’ha messo. Il titolo, poi, attira già del primo sguardo: “Il demonio ha paura della gente allegra”.
 
Ma teniamo uniti i fili per tracciare il percorso che l’opera custodisce tra le righe. I protagonisti sono due: uno è Geda stesso, che si racconta negli anni della sua formazione e poi nella scoperta di sentire fatta per sè la missione difficile ma avvincente dell’educatore. Ma l’altro, l’altro è Don Bosco. Don Bosco per noi non è uno qualsiasi ma l’educatore per eccellenza, che ha davvero saputo fare di necessità virtù, nella sua Torino. Da una tettoia a un oratorio il passo è breve ma costa fatica. Il romanzo è perciò un intreccio di due vite, una contemporanea e l’altra del passato, che dialogano a stretto giro e parlano una lingua comune quella della cura e dell’attesa, quella che è l’abc nei nostri oratori. Le pagine più riuscite, più vivide, più colorite, sono quelle che ci raccontano il carisma e la vita più concreta del santo a cui tanti oratori sono dedicati. In fondo, Geda lo ammette e lo riconosce, la sua storia di educatore nasce dalla trasmissione di una passione per l’altro e per il suo bene che da don Bosco, attraverso un filo sottile ma ininterrotto, giunge fino a lui.
E pensate, l’arma di don Bosco è proprio quella che compare nel titolo del libro, che cita un’espressione del santo: l’allegria. Essere cristiani è essere gente allegra, così al diavolo non resterà che fuggire di fronte a un uomo felice di quel che è e di quel che ha, perchè non cammina mai da solo, ma divide gioie e fatiche con un Padre, Dio e con suo figlio, Gesù. È questa caratteristica che ha colpito Geda, che cerca di definire l’allegria per don Giovanni Bosco: “È un modo di guardare il mondo per lui, per abitare le giornate. Lui era uno che si arrabbiava moltissimo con chi si lamentava, alla fine della sua vita è descritto con un abito logoro e stanchissimo, ma fino all’ultimo secondo si è messo in viaggio, ha parlato, progettato… Era uno così: amava di più fare che pontificare, e fare in modo allegro, usare l’allegria come carburante del fare. A volte i tempi in cui viviamo sono difficili: l’allegria non vuol dire sciocchezza, superficialità, ma riuscire a trovare una parte allegra anche quando ciò che stiamo facendo costa molta fatica. L’allegria è un carburante. “
 
Cosa ha da dire a noi questo libro? È aperta a tutti la strada, per tutti noi c’è la possibilità di essere uomini e donne che vivono “con un piede nel sogno e uno nella realtà”, come Fabio Geda ama descrivere don Bosco. Fare oratorio significa sempre, anche oggi, sporcarsi le mani e reinventare l’esistente col coraggio di sognare. Mai da soli.
Una lettura che è un invito, ora che la festa del Santo e la settimana a lui dedicata si avvicinano, per riscoprire che “l’educazione è cosa del cuore”. Di ogni nostro cuore. E per ricordare che ogni piccolo di cui ci prendiamo cura ci avvicina immensamente al Vangelo a cui don Bosco sceglie di dare casa nell’oratorio. Di ieri e di oggi. 
 
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