Articolo 19 ottobre 2021
Educatori in oratorio
Quale rapporto tra professionalità retribuita e gratuità?
Nelle comunità della nostra diocesi, l’oratorio è da sempre lo strumento educativo per eccellenza. Già più di trent’anni fa, il vescovo Roberto Amadei ne rimarcava l’importanza definendolo come “un luogo privilegiato in cui farsi carico dell’educazione dei ragazzi”. L’Oratorio è quindi un dono che la tradizione ci consegna e che deve la sua forza alla sua capacità di adattarsi alle esigenze del territorio e del tempo. Ad accompagnare ogni adattamento, però, c’è sempre stata una costante riflessione per evitare di andare incontro a uno snaturamento dello strumento stesso. Oggi, una tra le riflessioni più grandi che siamo chiamati ad affrontare, riguarda l’equilibrio tra gratuità e professionalità educativa retribuita. Se in passato l’oratorio era visto come un luogo gestito completamente da persone gratuite, negli ultimi anni hanno iniziato ad inserirsi delle figure educative retribuite per svolgere alcuni dei servizi messi a disposizione delle giovani generazioni.

Il contesto in cui l’oratorio si trova immerso oggi è certamente più complesso rispetto a quello del passato: con il calo dei preti giovani, la regia degli oratori è andata costruendosi grazie all’apporto delle equipe educative che hanno iniziato il loro percorso nel 2014. Nel frattempo, anche la professionalità retribuita ha iniziato ad essere presente sotto diverse forme: il servizio civile, il progetto “Giovani insieme” poi rinominato “Giovani in cammino”, i facilitatori per le equipe educative, gli educatori professionali per l’estate e quelli per tutto l’anno. Guardando a questo quadro generale, l’obiettivo della riflessione di questo tempo è provare a fare qualche passo in più. Soprattutto per un corretto inquadramento di senso di queste nuove presenze: non si tratta di “tenere in piedi un sistema”, ma – anche con esse - di servire al meglio le giovani generazione dentro uno stile e un cammino sinodale. Basato innanzitutto sugli organismi pastorali di partecipazione (consiglio pastorale parrocchiale ed equipe educativa) e, da qualche tempo, integrato anche con alcune professionalità capaci di far crescere le competenze e dare continuità in termini di presenza.

Nel cammino è bene riflettere su alcuni snodi pastorali. Innanzitutto, sull’equilibrio tra la soddisfazione di un bisogno immediato (nuove presenze da garantire, anche a fronte del forte calo dei volontari in questo tempo di pandemia) e la costruzione di un progetto condiviso. Tutti gli oratori hanno “bisogno” di presenze ma questo non può essere descritto solo come un problema, perché dice di una passione e di un sentimento di cura. Dall’altra parte, occorre prestare attenzione a non cadere nelle dinamiche della fretta, dell’improvvisazione, della supplenza e della delega, rischiando anche di generare incomprensioni: “se ce ne è uno pagato, perché ancora il volontariato?!”. Prevarrebbe il respiro corto che non porta da nessuna parte. Per un progetto condiviso l’esigenza primaria allora è quella di fermarsi, leggere i bisogni, condividerli, confrontarsi ed elaborare una strada, non da soli ma “insieme”, sinodalmente. Che forse potrebbe anche portare all’ingaggio di professionalità educative retribuite. La riflessione pacata porterà la figura retribuita ad avere un mandato chiaro e a diventare realmente risorsa efficace per tutta la comunità. Come detto, l’obiettivo non è sostituire gli “assenti”, ma avere qualcuno che aiuti a leggere le nuove dinamiche educative e, insieme al prete, faccia crescere la gratuità. E, soprattutto per questo ultimo punto, ad una condizione particolare: se in capo alla retribuzione rimarrà sempre una vocazione battesimale gratuita che dovrà avere la pazienza di circoscrivere bene i mandati.

Aggiungere una professionalità educativa retribuita in oratorio significa andare incontro ad alcune esigenze non solo di carattere educativo, ma anche pastorale. L’ingaggio di una professionalità educativa retribuita può entrare a far parte di un processo di ridefinizione dell’identità dell’Oratorio e anche della Chiesa del terzo millennio. A Bergamo, desideriamo una parrocchia fraterna, ospitale e prossima. E l’Oratorio? Come può essere fraterno, ospitale e prossimo? Per rendere realtà tutto ciò, serve andare oltre l’immaginario di Oratorio considerato semplicemente come struttura o luogo, guidata - bene o male – dal singolo prete. Oltre a alle quattro mura e alla “persona sola al comando”, c’è di più: esiste uno stile e un metodo educativo che lo rende unico nel suo genere. L’oratorio può essere fraterno attraverso l’educazione prendendosi cura della vita di chi lo abita. Può essere ospitale diventando una casa in cui le diverse generazioni interagiscono tra lor favorendo l’incontro e il dialogo tra le età. Infine, l’oratorio può essere prossimo quando è aperto al territorio dentro a un dialogo costante per “tessere vita e Vangelo” accettandone l’ibridazione e favorendo l’inculturazione della fede.

Ora resta da comprendere il come. Come tutte queste parole, concetti e significati possono diventare realtà? Il primo passo si realizza essendo presenti nella vita di ciascuno bambino, ragazzo, adolescente, giovane e adulto in modo da rispondere ai loro bisogni senza mai lasciare soli. E la presenza di un’equipe educativa, insieme ad un eventuale ingaggio di professionalità educative retribuite, altrettanto. Perché essere presenti e a servizio della vita, può considerarsi davvero l’obiettivo del terzo millennio.
 
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Ufficio pastorale età evolutiva