Articolo
Il Natale viene!
Oratori come casa di gioia e sorriso
Lorenzo Lotto, Natività, National Gallery of Art, Washington
di don Emanuele Poletti
 
“Quando la mamma per giorni e settimane intere ha sorriso al suo bambino, giunge il giorno in cui il bambino le risponde con un sorriso. Essa ha destato l’amore nel cuore del bambino e il bambino, svegliandosi all’amore, si sveglia alla conoscenza. La conoscenza - con tutto il suo apparato d’intuizioni e di concetti - comincia ad operare perché l’amore è stato messo preliminarmente in moto dalla madre”.

È Hans Urs Von Balthasar, nel 1963, a scrivere queste parole nella piccola opera “Solo l’amore è credibile”. Un teologo illuminato e geniale che arriva a dire che il cristianesimo non ha bisogno di essere giustificato come era successo nel medioevo e nell’età moderna, ma ha in sé già la sua giustificazione. Basta solo osservare la realtà: Dio si prende cura dell’uomo e, siccome è così, fa nascere in lui la fede. Se l’illustre teologo lo diceva del cristianesimo, noi molto più semplicemente possiamo dirlo del Natale! In altre parole: il Natale viene, accade. Perché Dio si fa incontro all’uomo, incarnando un amore che risveglia dentro di noi quel seme di bene che dorme. E la prova che noi ci accorgiamo del Natale, potrebbe essere la stessa immagine prima evocata: il sorriso! Che compare nel bambino dopo tanti sorrisi ricevuti dalla madre e che apre la strada all’amore. A Natale Dio sorride all’uomo: proprio per questo, l’uomo è messo nelle condizioni di sorridere altrettanto.
 
Da qui, credo che emergano non solo alcune consapevolezze ma anche un piccolo prontuario che ci ricorda che cosa voglia dire essere cristiani oggi. In primis: il sorriso! Che è costitutivo dell’esistenza ma anche della nostra Fede. Il sorriso è infatti la manifestazione più immediata ed efficace che sappiamo dare in risposta all’altro che ci viene incontro. È il nostro “sì” al giorno che inizia, alle relazioni che creiamo e che vanno di continuo riallacciate. È il saluto più bello, è il perdono in un attimo. Eppure oggi è difficile vedere sorridere o riuscire a sorridere in modo autentico! Sembra che la gioia e il sorriso abbiano abbandonato il volto di molti cristiani. Capita anche a noi a volte di apparire tristi come se la nostra non fosse affatto una fede che è sorgente di felicità: «sembriamo avere uno stile di quaresima senza Pasqua», come dice ogni tanto Papa Francesco. E non è solo una caratteristica rara nel nostro mondo di oggi: anche in passato era così! Per citare un esempio lampante, a tutti è evidente che il sorriso è sempre stata un’espressione rara nell’arte: difficilmente lo si trova. Si pensi a chi ha scelto l’uomo come soggetto principe delle sue opere, da Botticelli, a Michelangelo, a Leonardo, i più famosi, passando da Vermeer, dando uno sguardo a Klimt fino ai ritratti di Picasso o ai colli lunghi di Modigliani. Il sorriso non compare mai, o quasi. Forse perché è reale solo se sincero, e già immortalarlo sembrava una forzatura.
 
Ciò nonostante, il Natale viene! Perché nella Fede le cose stanno proprio al contrario. Anche il profeta Isaia, che abbiamo letto nella terza domenica di Avvento, parla di gioia, felicità e allegrezza che faranno fuggire tristezza e pianto. Abbiamo un estremo bisogno di sorridere. Non solo per gli effetti benefici che il sorridere ha ma perché ci restituisce una dimensione fondamentale dell’esistenza e della Fede, e Von Balthasar ce lo insegna. Potrebbe essere questo il criterio con cui riflettere in questo tempo di Natale, fatto di incontri, di famiglia: se Dio mi sta sorridendo, quanto ho sorriso io oggi? Perché? Per chi? L’augurio per questo Natale è che ciascuno di noi possa sorridere! Noi per primi. E i nostri oratori e le nostre comunità siano “case del sorriso”. E “case della gioia”, come il vescovo Francesco ha spesso definito i nostri oratori.
 
C’è un’opera d’arte che mi colpisce. È di un pittore di cui abbiamo anche noi alcune opere, Lorenzo Lotto. Si tratta della Natività conservata alla National Gallery di Washington. Un’immagine classica che rappresenta però una novità. La tradizione vedeva Giuseppe solitamente in disparte, un passo arretrato rispetto all’avvenimento che aveva al centro la madre e il figlio. Spesso è collocato a un piano inferiore rispetto al centro della scena. Lontano e quasi escluso dal mistero. Una figura passiva che, accovacciata, reclina il capo e lo appoggia su una mano, in un gesto di meditazione. Qui, invece, prega e un sorriso muove il volto: c’è gioia e commozione, c’è adorazione. Quel bimbo lo sente suo, lo ha accolto dando compimento alle Scritture e se ne prende cura accompagnandolo nella crescita. Il suo silenzio così partecipe delinea una sua specifica personalità che acquista la statura di una figura ben caratterizzata: è il testimone della generatività di Maria e con Dio condivide la paternità. Perché non fare come Giuseppe? Sorridere perché commossi dalla Natività, perché il Natale viene! Il Salmo 125 dice “la nostra bocca si aprì al sorriso”. È il sorriso di chi ha riconosciuto che l’altro merita sempre di essere guardato: che bello un oratorio così! È il sorriso è una porta che si spalanca per dire che c’è posto nel cuore per l’altro: che bello un oratorio così! È il sorriso ti dà la possibilità di vedere le cose da un altro punto di vista con nuove possibilità e senza rimarcare i difetti di ciò che stiamo combinando: che bello un oratorio così! Auguri!
 
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