Articolo
Il tuo volto sei tu
Al Corso Centrale creare per credere
di Redazione Upee
 
 
 “Il tuo volto sei tu, ciò che sei dentro e ciò che sei fuori sono incredibilmente riassunti nel tuo volto, ma tu a cosa dedichi più cura?” Questa volta, la porta dell’aula dove ogni gruppo si ritrova a vivere la mattinata di Corso Centrale, quell’esperienza formativa che settimana scorsa abbiamo iniziato a raccontarvi con l’entusiasmo di chi ha riscritto un progetto e lo sta facendo diventare realtà per tanti adolescenti, reca questa scritta. La porta è chiusa e il messaggio è chiaro. Chi entra dovrà farci i conti.
Varcata la soglia, tanti volti occupano la grande lavagna vecchio stile che campeggia al centro del muro. Sono opere d’arte astratte e variegate, di molti artisti contemporanei. L’aula è sgombra da banchi e sedie. Ha inizio l’osservazione. E il pensiero alla frase: “Il tuo volto sei tu”. E per un artista vale lo stesso? Sì e all’ennesima potenza. A dirlo sono degli operatori della Fondazione Bernareggi, il nostro museo d’arte diocesano. Quest’anno la novità è che il corso dell’Upee non è tenuto dai soli animatori, ma si fa squadra con le risorse della nostra Chiesa, con le capacità di chi la abita, con le sperimentazioni ben riuscite, come i laboratori che anno dopo anno propongono un modo nuovo per vivere un momento tanto pratico quanto significativo al Cre.
 
Ma torniamo a noi. Chi per primo vede il nostro volto? Noi stessi o gli altri? Chi riconosce pieghe e espressioni, piccole rughe e tensioni, occhi lucidi e fossette nei tratti del nostro viso? Per primi gli altri, anche quando noi ce ne dimentichiamo, del volto che ci distingue. E allora? Un foglio di acetato davanti al viso e un indelebile in mano: una tecnica per riportare sulla superficie ogni tratto del viso del compagno che ci sta di fonte. Perché? Per non perdersi dettagli che fanno la differenza. Eppure la superficie nasconde un mondo interiore. Come portarlo alla luce?
Scegliendo tre caratteristiche, tra le tante carte disposte per terra su cui si trovano aggettivi specifici, per definirci. Non è facile, definirci in tre parole, ma serve a trovare un po’ il centro di noi stessi. Perché poi quell’aspetto va tradotto in un segno grafico. Un segno semplice e immediato, come un punto, una linea, una forma.
Il linguaggio è l’arte non figurativa. Ma quanta ricchezza dietro un’apparente insondabilità dei segni!
Ogni ragazzo ha costruito poi, a partire dai segni grafici, un proprio autoritratto. Non immaginatevi un volto con due occhi, un naso e una bocca. Di più. Ogni forma, e ancor più nel passaggio alla tridimensionalità, parla. Un vero e proprio laboratorio, fatto di vari step, è stato proposto ai corsisti del Corso Centrale: un modo per dire di sé, in un tempo definito in cui, mentre si fa, si entra in relazione. Per poi capire che, se anche l’unicità di una persona si scopre in una relazione personale in cui le è dato lo spazio per un protagonismo, è insieme che ci si scopre utili a uno scopo comune e capace di destare meraviglia. Perciò ogni opera d’arte è stata incollata su un grande quadrato di cartone, e ogni quadrato è stato incastrato con tutti gli altri, per realizzare un’installazione unica che è stata assemblata con maestria nel salone della rilettura.
In una mattina, il senso dei tanti laboratori che ai nostri Cre proponiamo: chinarsi su un piccolo o entusiasmare un grande è possibile, perché cambia l’attività ma non cambia il processo. E il prodotto più bello è una rete di relazioni che nasce da un fare e dà forma all’essere che emerge piano piano. Ci sembra di vedere tutto sotto una luce nuova, come quel cieco a cui Gesù restituisce la vista impastando la terra con la sua saliva, sporcandosi le mani per pulire gli occhi.
 
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