Articolo 13 luglio 2021
Allenare le relazioni al Cre
Intervista a Francesca Magni

Negli scorsi mesi è stato sottolineato più volte come la pandemia abbia influito sulle relazioni dei più piccoli e di come il Cre potesse rappresentare il tanto atteso ritorno alla socialità. In questi giorni, quell’idea si sta concretizzando in tanti oratori attraverso un’ampia varia di relazioni in cui i ragazzi possono identificarsi, sperimentarsi e conoscere l’altro. Francesca Magni – moglie, madre, psicologa presso il Consultorio Adolescenti della Fondazione Angelo Custode e coordinatrice del Cre dell’oratorio di Fiorano al Serio -, parte dalla sua esperienza per raccontare come il Cre sia davvero uno strumento prezioso per tornare a mettere al centro le relazioni.

Dopo un altro anno caratterizzato dalle restrizioni, tornare a fare il Cre è un toccasana per tanti bambini e ragazzi. Cosa significa per loro tornare alla socialità?

I ragazzi hanno vissuto un periodo in cui sono stati un po’ disabituati a stare con gli altri e il Cre è sicuramente un’occasione per tornare ad allenare le relazioni proprio come in una palestra. Dalle relazioni in famiglia, il cerchio si allarga alle relazioni con i propri pari e con altri adulti. Tornare al Cre significa tornare a vivere una dinamica tra pari e a giocarsi all’interno delle relazioni in un contesto che chiede di stare insieme in un tempo di divertimento, gioco e socialità e non solo legato all’apprendimento. Comprendere lo stare insieme vuol dire accorgersi di non essere più l’unico quindi dover essere me stesso in un contesto in cui ci sono anche altri miei pari. Questo aiuta ad uscire dall’autoreferenzialità: non sono più solo io al centro, ma ci sono anche gli altri e lo spazio che abito lo devo condividere. Dopo la condivisione, il passo successivo è far star bene chi incontro e non è né semplice né scontato, ma è un’atmosfera che va costruita giorno dopo giorno.

Che tipo di relazioni si instaurano all’interno del Cre?

Al Cre i ragazzi imparano a giocarsi in vari tipi di relazione. È un conto relazionarsi con un proprio coetaneo, un altro relazionarsi con il mio animatore e ancora diversa è la relazione con il mondo degli adulti. Questa varietà li abitua a ciò che sperimentano nella vita di tutti i giorni. Il Cre, in questo senso, è proprio un ottimo allenamento anche alla diversità delle relazioni. Anche nel relazionarsi tra pari si riscontrano delle differenze: posso relazionarmi con un amico oppure con un compagno di squadra che conoscono poco. Nel rapporto con l’animatore, invece, si trova un punto di riferimento da prendere a modello.  I ragazzi guardano agli adolescenti e ai giovani cercando una guida e così facendo si impara a fidarsi anche di qualcuno al di fuori della propria famiglia. Oltre a ciò, i bambini si interfacciano anche con gli adulti e i diversi modi di agire. Ogni relazione ha qualcosa da regalare a chi la sperimenta.

Il Cre è un piccolo assembramento dove a volte uno rischia di valere come un altro. Come può il CRE essere uno strumento per valorizzare ciascun ragazzo nella sua singolarità mentre è in relazione con un altro? Come custodire identità e relazione?

L’esperienza dell’anno scorso ci ha fatto un grande regalo: la suddivisione in bolle. In un gruppo più ristretto è molto più facile entrare in relazione. Si parte dalla semplicità dell’imparare il nome per arrivare a conoscere il ragazzo sempre più a fondo. Questo è sintomo di una relazione più stretta tra animatori e bambini. Si sviluppa una conoscenza dell’altro che aiuta a far vivere a tutti un’esperienza migliore perché, nella relazione, si riesce a far emergere anche l’identità di ciascuno grazie a un rapporto più diretto. Inoltre, anche l’animatore si identifica all’interno della relazione riconoscendo i propri limiti e le proprie potenzialità. Ognuno ha le sue caratteristiche e ne può usufruire al meglio mettendosi al servizio dell’altro in modo più consapevole perché i ragazzi non sono dei numeri e ciascuno ha le sue esigenze.

Che ruolo gioca l’informalità in tutto ciò?

L’informalità aiuta i ragazzi a sentirsi accolti ed è fondamentale. Gli adolescenti si sentono valorizzati nel gestire il gruppo, ma soprattutto nell’identificarsi con i propri ragazzi. Agire in questo modo significa caratterizzare e interiorizzare tutte le relazioni. Attraverso l’informalità, ogni animatore ha la possibilità di mettere il suo pezzo e il bello è che ciascuno di essi è diverso da tutti gli altri. Si può programmare tutto, ma poi ciò che rimane impressa è la spontaneità dei momenti vissuti insieme. Bisogna ricordarsi che, però, nella relazione educativa nulla va improvvisato quindi anche nell’informalità occorre introdurre alcune attenzioni in base alla conoscenza del gruppo. 

Attraverso quali gesti, per chi fa il Cre, si può far percepire ai bambini e ragazzi che fanno parte di una comunità?

Quando ci siamo trovati a progettare il Cre ci siamo resi conto principalmente di una cosa: siamo riusciti a partire per la grande disponibilità dei volontari. La comunità ha saputo cogliere i bisogni delle proprie famiglie, dei bambini e dei ragazzi e si è messa in campo con il Cre. Tra gli adulti, ciascuno si è messo in gioco con ciò che aveva e tutto si è rivelato prezioso. Si è andato a creare un grande puzzle attraverso cui è stato possibile realizzare la proposta del Cre. Il segno della partecipazione della comunità si vede tramite la cura educativa, le attività organizzate, ma soprattutto attraverso i volti di chi si è reso disponibile. Il loro agire è una bella testimonianza di gratuità e del valore che si dà all’educazione dei più piccoli perché ci si mobilita per rendere possibile il Cre.

 
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