Articolo
Corso Centrale 2020
Diventa la miglior parte di te
di Maria Chiara Rossi
 
Dopo aver sperimentato il gioco, dopo aver scoperto la bellezza della condivisione di un’esperienza come quella del laboratorio, dopo aver discusso dell’importanza e della cura della propria spiritualità, è giunto il momento di fermarsi e di chiedersi: “Come sono io come animatore/animatrice?”, “Perché sono animatore?”, “Perché ho risposto sì alla proposta di esserlo?” Con la quarta domenica di Corso Centrale, si vuole trasmettere l’importanza di fermarsi e interrogarsi su ciò che ci muove e ci anima. Proprio in questa occasione abbiamo avuto degli ospiti speciali: quattordici giovani, tra adolescenti e educatori, venuti da La Spezia per capire da vicino cosa vuol dire fare e essere oratorio. Un segno bello è stata la loro presenza nei gruppi, a cui hanno partecipato con curioso entusiasmo e con la voglia di tornare sentendosi un po’ meno soli, carichi della compagnia che hanno respirato in mezzo a noi. L’ultima tappa serve dunque a dirci: come verificarsi se non con l’aiuto di qualcuno più grande, che mi ha colpito nel suo essere animatore? Nasce quindi spontanea l’importanza di avere un punto di riferimento, un testimone.
“Ce l’ho io un Kobe Bryant di riferimento? Un mito, un modello, un esempio...qualcuno a cui voglio assomigliare che mi ha fatto appassionare a qualcosa?” Non si può non citare il grande giocatore che ci ha lasciati, che alla figlia Gianna aveva trasmesso tutta la sua passione, non permettendo che diventasse un’ossessione. Impressionante e determinante la sua frase, rivolta alla figlia, una giocatrice in erba: “Non devi diventare uguale a me, ma la versione migliore di te”. Quale frase meglio di questa può esprimere il significato della quarta domenica di Corso Centrale? Qualcuno ci ha condotti ad essere le persone che siamo, ma anche gli animatori che siamo: qualcuno che era animato da una forza, da uno spirito, da un  carisma, da una fede o da una passione particolare. E così siamo cresciuti con negli occhi un orizzonte per essere noi stessi, sempre in crescita e in ricerca, perchè avere qualcuno a cui tendere, che ci fa da perno e da riferimento, è uno stile che non si esaurisce diventando grandi. Soltanto, cambiano le prospettive.
Se abbiamo avuto un modello, se ci siamo lasciati ispirare, tutto ha avuto inizio quando ci siamo messi in gioco. Abbiamo scoperto che l’animatore è uno che gioca, con il gioco sa educare, e che si gioca, che non si risparmia. Abbiamo apprezzato quel fare creativo che si concretizza nei laboratori e prende forma concreta se mentre facciamo intessiamo relazioni tra generazioni. Abbiamo ritrovato una dimensione fondante dell’atto animativo: quella del silenzio, dell’ascolto e della preghiera, per dare respiro e ampiezza all’anima che ci abita e che solo così può diventare contagiosa. E alla fine ci siamo domandati: com’è l’animatore perfetto? È ciascuno di noi. Non esiste ricetta. Esiste uno stile che sa equilibrare la cura e la passione, la voglia di migliorarsi e di fare verifica. Esistono dei tasselli fondamentali che costruiscono il ruolo dell’animatore, ma per dargli pienezza e corpo servono le nostre braccia e il nostro cuore. Per questo abbiamo dato un nome ad alcune costanti: la presenza, il tempo dedicato a qualcuno di piccolo, l’esserci, la partecipazione, il coinvolgimento personale che si dimostra nel fidarsi e nel mettersi in gioco e la responsabilità, con la consapevolezza di aver detto di “sì” ad una richiesta rivolta proprio a noi e non ad altri, e ciò significa prendersi cura di chi ci è stato affidato con costanza, entusiasmo e pazienza, disposti a crescere con lui.
 
E da oggi in poi si torna a casa, non tanto perchè la lezione l’abbiamo imparata, quanto perchè tutti gli animatori hanno una casa ben precisa, da cui sono partiti: l’oratorio. Proviamo a far riconoscere agli adolescenti la bellezza di avere una casa condivisa, un luogo che ci accomuna e in cui sperimentiamo la meraviglia di essere animatori. L’oratorio è un luogo di crescita e lo è perché si è fatta la scelta di starci dentro. Lì non si è soli: c’è qualcuno che ti segue, che ti precede e che cammina al tuo fianco. È importante fare ritorno nel proprio oratorio, dove sperimentare quanto più possibile ciò che si ha appreso nel percorso fatto finora, ricordando che probabilmente alcune cose saranno diverse e non tutto corrisponderà, ma il desiderio di essere parte dell’oratorio rimane sempre.
Per concludere, ecco le parole chiave dell’Oratorio: casa, scuola, cortile e chiesa. In fondo, è compito nostro fare di un luogo una casa: così succede anche nel posto più brutto. Ci si può affezionare, si può rendere un pezzettino di mondo migliore grazie all’opera delle nostre mani e all’alleanza con dei buoni amici. Si può credere nell’oratorio perchè è scuola e palestra di vita, ci ha dato qualcosa e ci chiama a restituire con un dono ancora più esagerato quello che abbiamo ricevuto. L’oratorio è fatto di persone che bazzicano in un cortile e non lo riempiono come e quando vogliamo noi: eppure è con loro, quelli che non abbiamo scelto, che si gioca la sfida della relazione educativa. L’oratorio è anche la dimensione di chiesa che lo rende terreno fertile e laboratorio di Vangelo. Un bagaglio “satis”, quello che ci portiamo sulle spalle: sufficiente e abbondante per tornare e metterci all’opera.
 
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