Articolo
Mezzoldo: la crescita di un gruppo
La testimonianza di una corsista
di Maria Chiara Rossi

C’è qualcuno che si fida di noi, ci chiama per nome e ci manda… ma ci aspetta sulla porta di casa perché entriamo con lui e sappiamo condividere. Sono qui perché fare esperienza non basta, imparare dai propri errori non basta. Bisogna fare ordine nella mente e nel cuore; aprire le mani e vedere i segni che riportano, il vissuto che narrano, con uno sguardo attento, facendo un passo indietro, con uno sguardo sincero. Sono qui per aggrapparmi con fiducia a quelli di cui posso fidarmi, a quelli che hanno Dio nel cuore perché hanno capito che senza il grande un piccolo non può vivere. Ma anche viceversa.

Desidero scoprire anche dentro di me quello sguardo che si fa gesto di cura: una cura continua, mai assente, mai pesante. Perché ho nel cuore il desiderio di un oratorio che sia scuola di vita, che sia crescere insieme, che sia camminare dandosi la mano. E perché sia possibile è fondamentale partire dalla base di ogni relazione umana: l’ascolto che è comunicazione. L’ascolto è regalare il nostro tempo e tutti noi stessi agli occhi, alla voce, all’anima della persona che abbiamo di fronte.

Per scoprire un fratello che vedevamo come un estraneo, e provare la gioia immensa di sentirsi famiglia perché figli di uno stesso padre. Con stupore capiamo che comunicare è molto più di quello che sembra, che il mezzo è il messaggio quando si conosce la potenza comunicativa del plurilinguaggio di cui l’uomo è capace. A Mezzoldo ci siamo sentiti gruppo: è più facile che vivere in un gruppo. La responsabilità che ci prendiamo è fatta di tante piccole cose e ci fa tenere i piedi per terra: ci ricorda che da Mezzoldo bisogna tornare. A casa. In oratorio.

Tornare significa essere disposti, nel gruppo, a rinunciare alla perfezione: lasciare che qualcuno ci metta in discussione… perché la crescita di un gruppo porta a una bellissima sinfonia che risuona. Dove ognuno è importante proprio perché non è solo. Mentre un unico strumento potrà riuscire a farsi ascoltare ma non capirà mai la gioia di lasciare spazio all’altro, di collaborare. Riflettere sulla responsabilità educativa ci permette di tornare da Mezzoldo con una marcia in più. È bellissimo capire che non c’è una ricetta per essere il perfetto animatore, non c’è un unico modo per farlo. Ognuno cerca un proprio stile, quello che più calza su di lui. Ma non lo riduce a una maschera da indossare in determinate occasioni, lo allarga alla propria vita.

È bello scoprirsi, prima che animatori, uomini e cristiani. Perciò, dalla consapevolezza che non siamo soli e che senza l’altro vivere è un atto inutile, la base dell’educare si traduce nella logica del servizio e del dono.
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Ufficio pastorale età evolutiva