Articolo 21 settembre 2021
Costruire un progetto per dare il meglio di sè
Guardare al futuro dei giovani e degli oratori
Stiamo ripartendo. Ripartiamo anche se misuriamo comprensibili stanchezze e ancora qualche disorientamento. La pandemia ci ha segnato e cambiato, ormai è chiaro, ma ora serve il meglio di noi! Ripartiamo perché stare fermi con le mani in mano non è nel nostro DNA: da bergamaschi in primis, ma soprattutto come comunità cristiane che hanno a cuore il futuro. Desideriamo che gli le difficoltà diventino opportunità, andando avanti passo dopo passo con pazienza. Per fare tutto ciò serviranno ancora una volta coraggio e intelligenza. Il primo farà da motore, mentre la seconda da navigatore.

Nei giorni scorsi, il ritorno a scuola (si spera non provvisorio) di bambini, ragazzi e soprattutto degli adolescenti è sembrato a tutti “un nuovo inizio”, una piccola e semplice rivincita del corpo rimasto “espulso” per mesi è stato tale con la didattica a distanza e che, però, può racchiudere molti più significati. È come se adesso si riaprissero dei fronti di lavoro e si potesse tornare a “fare la conta”, ma quella vera. Non quelle di chi la fa per primeggiare. Ci si torna a chiedere, con il beneficio del tutto tondo, dov’è realmente chi manca, come mai non c’è, che cosa abbiamo da dire, che possiamo gratuitamente fare. Se così è, si rientra veramente in una logica che riaccende tutti quei meccanismi che sono insisti nell’educazione e nel Vangelo, andando a prendersi cura dei più piccoli e dei più fragili, quindi del futuro.

Come nei mesi scorsi, ancora una volta servirà il meglio di noi. Saremo chiamati a progettare ancora, guardando ai prossimi mesi e facendo tesoro della lezione imparata durante le scorse estati. In quei momenti il lavoro di rete, il dibattito tra conservatorismo e progressismo (anche dentro la Chiesa) e la fatica di ritrovare coraggio, ci hanno plasmati non poco. Tutto ciò ha rappresentato la spinta finale che ci ha rimesso in viaggio e non è una cosa da sottovalutare. Per scrivere un progetto serve davvero poco tempo: ce lo fornirebbe anche impaginato e concluso qualsiasi motore di ricerca. Ma progettare, tener vivo, riallacciare disponibilità, pregare insieme e ritrovare il desiderio è molto più difficile, ma è, allo stesso tempo, più vero. Questo processo, questo modo di progettare, è forse la traduzione contemporanea di “cosa di cuore” che don Bosco diceva quando si riferiva all’educare. Sì, possiamo avere a cuore innanzitutto progettando, guardando avanti, non difendendoci dalla vita, ma servendola come ci ricorda il nostro vescovo Francesco.

Il meglio di noi risiederà anche nel fare più Oratorio e farlo meglio. Non rimaniamo paralizzati nel “si è sempre fatto così” o dalla paura di vedere le cose cambiare. Fare oratorio è sinonimo di creare nuove alleanze, cogliere le occasioni e investire le risorse. Non significa farsi prendere dall’ansia dei numeri pieni, ma avere il cuore e l’intelligenza fissi sulle persone, a cominciare dalle più fragili ed esposte. Vogliamo essere consapevoli di avere qualcosa di grande da dire e da condividere. Non doniamo una scatola vuota, ma un trascorso di esperienze di qualità, tempi di ascolto, parole e gesti veri. Si lavorerà con chi vorrà e, potenzialmente, con e per tutti. In questo cammino, o meglio in questa sfida, l’Ufficio desidera essere al fianco di chi è nel territorio: ci aspettano molti incontri di riflessione e formazione rispetto ai temi più caldi riguardanti il mondo oratoriano.

Il meglio di noi, però, sarà prima di tutto ritrovarsi tra adulti, famiglie di genitori ed educatori: L’obiettivo è quello di rinsaldare quello che ogni comunità dovrebbe essere: una rete di pensiero credente sulla vita basata su un tessuto che sa accogliere, connettere e sostenere. Non basterà certo un incontro, magari on line. Ne serviranno diversi e serviranno tutti per recuperare la consuetudine del parlarsi, del cercare insieme parole e gesti di profezia per l’oggi. A metà dell’Ottocento, don Bosco si è inventato un cortile, un’aula e poco più. Andando avanti ha poi acquistato un tornio e delle macchine da cucire attrezzarsi. Ha avuto la lungimiranza di vedere nella vita dei giovanissimi torinesi non un fastidio, ma la vita dei figli di Dio. Perché non sfidarci oggi a ripercorrere lo stesso cammino? Forse scopriremo che l’Oratorio non è solo un luogo fisico, ma innanzitutto un metodo e che quelle mura, quegli arredi, quei cortili potranno anche cambiare nel corso degli anni. Questo perché resterà fedele la passione adattandosi ai tempi per rimanere impregnato della stessa quotidianità che vivono i nostri ragazzi. Così sarà per sempre “cortile dei sogni”, quel “luogo” che “aveva come il tetto il cielo” e quella casa sempre accogliente in cui crescere insieme. Con l’impegno di ciascuno, potrà davvero essere il meglio di noi.
 
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