Articolo
Tempo di camposcuola
Capodanno, ritiri... tempo per incontrarsi
di Marcello Mossali


Trascorso il Natale, l’agenda dell’Oratorio dice «Settimana del Camposcuola». Un appuntamento importante, che fa della convivenza sotto lo stesso tetto a chilometri di distanza da casa, l’argomento migliore per trascorrere gli ultimi giorni o i primi dell’anno in compagnia degli amici storici, degli educatori in oratorio e del don.
Ma come tutte le cose belle capaci di lasciare un segno profondo nell’adolescenza, cioè una settimana a metà tra la vacanza spensierata e le attività di lavoro in gruppo, anche il campo per riuscire nei suoi intenti merita attenzioni e cure particolari.

La preparazione

Il don e gli educatori prenotano la meta, pensano a un tema interessante da proporre lungo la settimana, decidono come organizzare le mattinate di lavoro, quali aspetti toccare, cosa approfondire, che strumenti utilizzare. Un lavoro d’équipe attento, che richiede condivisione di intenti e di mezzi: c’è insomma da stendere il progetto, il messaggio con destinatari i ragazzi chiamati, in un tempo di tranquillità e relax lontano dallo stress scolastico, a fermarsi un momento, staccare la spina e condividere un’esperienza comune.
Un campo è fatto di tanti momenti. Gli educatori che si occupano dei lavori di gruppo; gli altri che si prestano ad organizzare le serate di svago. Il gruppo che pensa alla festa di fine anno e alla sua animazione con «effetti speciali». Chi si occupa dei momenti di preghiera e dell’animazione liturgica. Senza dimenticare i cuochi, reclutati per far da mangiare ad un folto manipolo di bocche affamate: il menù, la spesa, cucinare giorno per giorno. Non è affatto facile.
Dietro qualche semplice giorno vissuto fianco a fianco, c’è il lavoro scrupoloso di un gruppo di giovani e adulti, chiamato a costruire un clima caldo e accogliente.
Certo, lo scenario attorno aiuta a creare una certa suggestione. Per questo, spesso la montagna con la neve d’inverno è l’ambiente ideale per ospitare il gruppo. Baite o case disseminate nei boschi imbiancati, lungo sentieri tranquilli, sulle pendici delle valli. Un contesto magico, che apre il cuore e fa respirare aria nuova, diversa, buona.

Il camposcuola

Una giornata tipo in un posto così inizia al mattino, non troppo presto ma neppure tardi: si rischia di perdere lo splendore del sole mattutino e il caffè latte coi biscotti che dà la carica. Le mansioni della casa: refettorio, camere, bagni, lavandino, preparare la Messa della sera. Ciascun gruppo si mette subito all’opera, in fondo quando si è in tanti si fa alla svelta e anche pulire una camerata con dieci letti a castello può essere un’avventura spassosa. Terminate le pulizie, mezz’ora di pausa accademica per ritrovarsi a metà mattinata con l’attività di lavoro. Si presenta il tema, si offre lo spunto, si fanno due parole che girano attorno al vissuto dei ragazzi, poi via coi lavori di gruppo, dove ciascuno porta la propria esperienza ed esprime il suo punto di vista. La condivisione aiuta a trarre delle conclusioni, magari anche parziali, che vengono poi approfondite e arricchite con quanto fatto dagli altri gruppi attraverso la revisione generale. Si è fatta ora di pranzo. Si prepara, si mangia, partono piccoli cori di incitamento, destinatari personaggi storici del campo, si passa un po’ di tempo in compagnia e tra un boccone e l’altro si racconta un po’ di sé.
Il pomeriggio è solitamente destinato allo svago personale, e qui il programma si fa ricco: spunta un mazzo di carte e cinque giocatori incalliti che si misurano a briscola chiamata, c’è l’angolo della scala 40, qualcuno rifiuta l’effetto circolino e preferisce imbacuccarsi nella tuta e negli scarponi per fare due passi all’aperto, giocare a palle di neve, raggiungere un bar e bere una bella cioccolata calda. Per tutti l’appuntamento è fissato alle sei di sera, per celebrare la Messa e offrire al Signore i momenti e gli spunti emersi durante la giornata. Arriva l’ora di cena, a turno ci si presta al servizio dei piatti, e al lavaggio dello sporco più ostinato sulle pentole incallite, e un pensiero corre a mamma: quanta santa pazienza per pulire quel grasso incrostato…
La sera è il momento del gioco di gruppo, divisi a squadre, a misurarsi su giochi di intuito, di intelligenza, di movimento, di fantasia. Roba da Olimpiade a cinque cerchi! Qualche elettricista provetto si lancia in fantasiosi marchingegni che suonano e s’illuminano. Tutto fa scena. Tutto fa divertimento.

Le emozioni

Tre, quattro, cinque giorni così non possono non lasciare un segno forte, indelebile. Nella spassosa risata a tavola, nel ballo dell’ultimo con brindisi, nella Messa di fine anno dove si lasciano le scorie del passato e si pensa ai buoni intenti dell’anno nuovo, nel film visto e discusso, nel torneo vinto con la propria squadra, in tutto questo passa un pezzo di strada di per sé carico di attese: il diventare grandi, insieme. Che si realizza attraverso le emozioni e i sentimenti che cinquanta, cento ragazzi condividono l’un l’altro in quei giorni, in una baita, in montagna.
E se il ritorno a casa è bello perché si ritrova la famiglia, ben venga quella malinconia della prima notte, soli in camera dopo giorni, alla luce del lumicino della preghiera. Davanti passano tanti sguardi e ricordi. Qualcosa del campo è rimasto dentro. E il ricordo non si cancellerà.
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Ufficio pastorale età evolutiva