“Non c’è più l’oratorio di una volta” e, forse, la risposta più coerente a questa profezia educativa dovrebbe essere “meno male”. Non in senso dispregiativo, ma per ragioni di prospettiva, vitalità e adattabilità per cui l’oratorio si è sempre distinto. Dall’intuizione nella soffitta di San Filippo Neri passando per la sistematizzazione di San Giovanni Bosco fino alla creatività dell’oratorio bergamasco che prende forma nella storia della comunità cristiana –come sottolinea il Vescovo Francesco -, l’asso nella manica è sempre stato la lettura dei bisogni e dei desideri delle giovani generazioni dell’epoca. Lo testimoniano, a modo loro, le strutture di tantissimi oratori che includono il bar, il cineteatro, diverse aule e i campi sportivi. E lo raccontano anche i numerosi volontari, sacerdoti e consacrati che, negli anni, si sono spesi con la loro inventiva per far incontrare Dio ai loro ragazzi attraverso linguaggi, esperienze e incontri a loro misura.
In virtù della grande ricchezza, vivacità e diversità degli oratori presenti nella Diocesi di Bergamo, questa esperienza pastorale è stata posta al centro della riflessione e del confronto che ha visto in prima linea il Consiglio Pastorale Diocesano. Ne è emerso un documento intitolato “Strumento di lavoro sull’oratorio” perché è proprio questo ciò per cui è stato pensato: generare riflessione, confronto e lavoro come comunità dentro e attorno questa grande idea su cui la Diocesi di Bergamo sceglie ancora di puntare. L’oratorio vale e ne vale la pena: una certezza che nasce dall’ascolto e dall’esperienza quotidiana che sostiene il servizio di tanti preti e laici che si spendono con passione. Per questo motivo, lo strumento pensato dal Consiglio Pastorale Diocesano vuole essere un rilancio per rileggere il presente e comprendere come abitare il futuro attraverso otto snodi per pensare insieme. La regia dell’oratorio, il volontariato, la rete e l’alleanza educativa, il cortile, l’identità e la specificità dell’oratorio, le strutture, la profezia e la pastorale giovanile dei 20-30enni sono dei punti di partenza. Tra questi otto punti, il Consiglio Pastorale Diocesano ha individuato tre priorità scelte per l’urgenza e per ciò che rappresentano per la storia dell’oratorio bergamasco: la regia, il cortile e l’identità.
La regia
Era il 2014, quando il Vescovo Francesco con una lettera circolare, individuava nelle équipe educative la regia dell’oratorio. Una scelta che ha evidenziato sin da subito come la regia sia intesa non tanto come un’esecuzione di compiti, ma come la custodia di un progetto. Chi siede in équipe educativa, infatti, ha la responsabilità di far vivere il progetto educativo e pastorale che la comunità cristiana sogna per le giovani generazioni e per le famiglie. Preti, laici e consacrati si prendono cura insieme della gestione dell’oratorio e dell’annuncio del Vangelo restituendo un volto comunitario della regia fondato sulla corresponsabilità tra carismi e ministeri.
Ad oggi le équipe educative sono 76 e nel corso di questi primi dodici anni di servizio, l’Ufficio Pastorale per l’Età Evolutiva si è messo a disposizione con corsi formativi, accompagnamenti personalizzati e convegni per mettere al centro le questioni che l’oratorio di oggi vive e riscontra. In questa prospettiva di collaborazione, alleanza e corresponsabilità, “siamo consapevoli delle fatiche e delle resistenze – pastorali e personali – che questo modello di regia comporta: il tempo da dedicare, il reperimento delle risorse, la necessità di ricostruire equilibri, la gestione di nuove responsabilità. La meta è chiara, ma la strada va ancora costruita”.
Di fronte alle grandi prospettive e alle altrettanto grandi questioni, la sfida in mano alla comunità cristiana è quella di calarle ciascuna nella propria realtà tra storia, ricchezza, limiti e sogni condivisi tra laici e sacerdoti. Un rilancio guidato dalle domande presenti all’interno dello strumento di lavoro, ma anche da un desiderio di incontro che prenderà forma a breve per tutte le équipe educative e per tutti i volontari e sacerdoti che ne stanno costruendo una: il convegno diocesano di sabato 24 ottobre presso il Seminario Vescovile di Bergamo. Sarà un’occasione per fare il punto della situazione e incontrare diverse persone che si spendono con lo stesso obiettivo: custodire il sogno che la comunità cristiana ha sulle giovani generazioni.
Il cortile
Spazio dell’informalità, luogo a bassa soglia, campo di confronto e perimetro entro cui ci si sperimenta: già da queste definizioni è facile intuire come il cortile sia un luogo ricco ed eterogeneo che gioca un ruolo cruciale all’interno dell’oratorio. Questo è il primo spazio fisico in cui ci si ritrova quando si entra in oratorio, è espressione all’ennesima potenza dell’accoglienza ed è indicato come una priorità nel documento chiamato “Strumento di lavoro sull’oratorio” redatto dal Consiglio Pastorale Diocesano. Uno degli snodi individuati dal documento su cui c’è più urgenza di lavorare dati i tanti cambiamenti a cui è sottoposta la società e, di conseguenza, questo luogo.
Il cortile dell’oratorio è, innanzitutto, uno spazio relazionale. È qui che si incarna lo stile della Chiesa fraterna, ospitale e prossima a cui il Vescovo Francesco ha invitato le comunità territoriali durante il suo pellegrinaggio pastorale. Tra incontri, giochi e due chiacchiere, bambini e ragazzi possono ritrovarsi senza appuntamenti o attività strutturate: nel luogo a bassa soglia per eccellenza regnano l’informalità e la presenza libera. Tutte caratteristiche che lo rendono facilmente accessibile e in cui è possibile sperimentare “la gratuità dello stare”. “Il tempo perso, le chiacchiere, la presenza senza uno scopo immediato – si legge nel documento- sono una forma concreta di testimonianza evangelica che dice ai ragazzi che la loro vita ha valore prima di ogni prestazione e che può offrire un antidoto alla solitudine di uno schermo e all’isolamento della propria cameretta”.
Attraverso l’ascolto e l’accoglienza dei bisogni, il cortile dell’oratorio diventa un luogo di evangelizzazione che interroga sia chi si spende per tenere aperto il cancello, sia chi sceglie di varcare quella soglia in cerca anche solo di un po’ di svago o di due tiri al pallone. Questo spazio relazionale interpella entrambe le parti perché l’appartenenza a un territorio, l’inserimento in una comunità civile e la bassa soglia di accesso aprono le porte alla società plurale e al cambiamento d’epoca indicato da Papa Francesco. Da un lato c’è la preoccupazione da parte di chi educa a non impoverire l’identità cristiana della proposta, mentre dall’altro quella che il confronto si possa accendere con linguaggi duri, tensioni e conflitti. Sono due scenari del tutto comprensibili, ma che trovano una risposta nel Vangelo, ispirazione del nostro “stare”. “L’accoglienza […] è forma concreta di evangelizzazione, espressione dell’urgenza che nessuno resti escluso dalla Buona Notizia del Vangelo” evidenzia il documento sottolineando come anche la forma della fraternità e dell’amicizia sociale siano una testimonianza viva e cristiana. Inoltre, nel rileggere i disagi manifestati e le difficoltà emerse, c’è una domanda che si fa strada provocatoriamente: “non sono forse questi ragazzi e adolescenti gli “ultimi” di cui il Vangelo oggi ci spronerebbe a prenderci cura?”. Così la motivazione evangelica della cura prende corpo attraverso atteggiamenti di testimonianza quali la presenza, l’ascolto e la resilienza.
Da questo quadro complesso può emergere il desiderio e la necessità di affiancare al volontariato delle figure educative retribuite. Una figura che, però, come si legge dal documento, deve essere coinvolta in un progetto educativo di ampio respiro: “non si tratta di una sostituzione, ma di un sostegno alla gratuità che, come già ribadito, resta il cuore dell’esperienza dell’oratorio. Se inserite in un progetto educativo chiaro e condiviso, queste figure possono: affiancare il parroco, il curato e i volontari; offrire competenze specifiche; contribuire al coordinamento delle attività educative. In alcuni contesti, può diventare particolarmente importante anche una funzione di mediazione culturale”. Non solo un aiuto a 360 gradi, ma un progetto che tiene conto a lungo termine dello stile relazionale ed educativo dello “stare”.
L'identità
Il contesto in cui si inserisce l’oratorio oggi è in continua evoluzione, ma questa non è una novità. La società non è mai statica né tanto meno ha trovato un suo assestamento nell’ultimo mezzo millennio. Da quando esiste, l’oratorio è sempre stato chiamato ad adattarsi, reinventarsi, rileggere i bisogni dell’epoca e trovare nuove strade per far incontrare Dio alle giovani generazioni. Tutto è in costante cambiamento tranne l’ostinata missione dell’oratorio: rendere possibile l’incontro tra fede e vita in tutti i modi possibili. Come riportato dallo “Strumento di lavoro sull’oratorio”: “l’oratorio rimane uno dei luoghi privilegiati in cui la comunità cristiana vive la propria missione educativa verso le giovani generazioni, favorendo l’incontro tra fede e vita. Non è soltanto uno spazio fisico, ma un’esperienza educativa e spirituale attraverso cui la comunità genera umanità e sostiene cammini di fede. Senza questa capacità generativa, la comunità stessa rischia di spegnersi”.
Si tratta di un fuoco da mantenere vivo anche se il vento sembra soffiare più intensamente negli ultimi anni. In un tempo in cui la polarizzazione divide il mondo in bianco e nero, il rischio che si corre è quello di separare Dio e uomo, fede e vita, catechesi e animazione, promozione umana e annuncio evangelico. L’oratorio, però, è chiamato ancora una volta ad andare controcorrente custodendo l’equilibrio che ispirò don Bosco secondo cui questo luogo sia “un laboratorio per formare integralmente uomini autentici, credenti consapevoli e cittadini responsabili”. Se da una parte si investe sulla promozione umana, allora si è chiamati a fare altrettanto con l’annuncio evangelico e con la partecipazione attiva alla vita civile. A questa prospettiva si aggiunge anche un altro elemento: l’intreccio. In oratorio, infatti, non è possibile ragionare per compartimenti stagni, ma tutto concorre all’incontro con Dio. Posizionarsi nel contesto attuale significa riscoprire la propria identità con le sue caratteristiche e tutti i dettagli che rendono unica l’esperienza oratoriana. “L’oratorio ha qualcosa di unico e di specifico da offrire alle giovani generazioni e alla società -si legge nello strumento di lavoro-. Non solo nei contenuti, ma anche nel modo di esserci: accoglienza, capacità di valorizzare le differenze, rispetto, responsabilità, cura delle relazioni. L’esperienza fondamentale è il “fare casa”, anche con chi è sulla soglia o ai margini”.
Tutto questo è possibile grazie alle persone che lo abitano, in particolar modo gli adulti. Sono loro ad essere testimoni e portatori di questo stile che “fa casa”, con la loro passione, la loro credibilità e la loro fede. La loro presenza non si riduce a un passaggio di testimone o a un coinvolgimento dei più giovani nelle attività, è un incontro tra generazioni che accade in quello “stare” gratuito. È attraverso questo “fare casa” che si continua a tessere la vita con il Vangelo come sottolineava don Paolo Carrara su “La rivista del clero” già nel 2021: “Proprio l’oratorio, in virtù della versatilità che lo caratterizza, può diventare un luogo strategico per ripensare il compito evangelizzatore che pertiene a tutta la Chiesa”. Un’affermazione che aiuta a comprendere quanto l’oratorio non finisca al cancello, ma sia una questione più ampia, una questione di comunità perché “l’oratorio bergamasco è una grande idea che prende forma nella storia, una forza che nasce dalla comunità”. Ora la palla passa proprio alle comunità. Disponibile sul sito oratoribg.it nella sezione dedicata alle équipe educative, lo strumento di lavoro sull’oratorio perché diventi un punto di partenza per guardare la propria realtà, riflettere e progettare insieme i prossimi passi. Forse proprio a partire da domande come questa: come fare del Vangelo il criterio del nostro essere e del nostro fare oratorio?